Grazie a Dio è venerdì

Grazie a Dio è venerdì
Il conflitto israelo-palestinese abita le coscienze di tutti, o quasi. Guardarlo con gli occhi della cooperazione internazionale impone l’equilibrio che la passione politica non concede. Convivere quotidianamente col conflitto e con i palestinesi sotto occupazione, per chi intimamente supporta la loro causa, è fonte di costanti riflessioni che rafforzano la voglia di reagire, fare qualcosa, non stare semplicemente a guardare. Però, per quanto possa costare in coscienza, il cooperante filo-palestinese deve imporsi oculatezza, deve capire l’importanza dei progetti di cooperazione per il popolo palestinese; deve rendersi conto di quanto sia inammisibile il loro fallimento; deve far sì che le autorità israeliane non nutrano il minimo dubbio sull’equilibrio dell’operato, pena il rischio di essere bollata come persona non grata. Prima di partire per la Palestina come coordinatore dei progetti della ong Ricerca e cooperazione (Rec), Franco La Torre si trova davanti la biforcazione tra lo slancio personale, che lo porta a non accettare moralmente, eticamente e anche fisicamente lo stato di deliberata occupazione cui è sottoposto il popolo palestinese, e quello “professionale” che lo porta ad un’integrità tale da consentirgli di tenere dritta la barra, a non perdere di vista gli obiettivi, a non sottrarsi alle responsabilità. Dice: “Per dar voce a un sentimento che mi appariva legittimo avrei messo a repentaglio il lavoro di molti, palestinesi e italiani, che invece avrei dovuto garantire”. Però quel sentimento, quella passione restano latenti e sono il filtro inevitabile attraverso il quale osservare il paradosso del conflitto, attraverso il quale elaborare e metabolizzare la quotidianità impossibile da sottovalutare, per quanto equilibrio e per quanta razionalità si possa mettere nel affrontare le cose. “We are suffering, we are under occupation”. È questo il leit motiv che accompagna la sua esperienza palestinese. Un costante ed inesorabile riferimento alla condizione disumana che rinchiude un intero popolo dentro un fazzoletto di terra, come fosse una mandria di vacche dentro un recinto. È il refrain che sintetizza le conseguenza sui palestinesi di quell’ossessionante ricerca della sicurezza da parte degli israeliani: i check-point, il muro lungo il confine della Cisgiordania, gli ulivi sradicati, i coloni che ogni giorno rosicchiano un pezzo di terra che non gli appartiene in ossequio alla politica sullo sviluppo degli insediamenti, l’assedio costante sulla Striscia di Gaza. Un milione e mezzo di persone ammassate in un lembo di terra stretto e costantemente vessato che cerca di sopravvivere come può. Dall’altro lato c’è la stanchezza di quegli israeliani sfibrati dal vivere costantemente con la paura di saltare per aria nei bar o sugli autobus e di coloro che sono consapevoli di vivere (o spravvivere) in una gabbia dorata. Come dice Grossman a La Torre: “La Palestina è una zona in cui nessuno - da una parte come dall’altra - può sentirsi al sicuro. Mai”…
Grazie a Dio è venerdì è un libro schietto, asciutto, privo di quella retorica melensa che volge più al pietismo che alla presa di coscienza. Salta con estremo senso della confidenza tra il registro del romanzo e quello del reportage giornalistico. Nella narrazione che La Torre fa della sua esperienza ventennale nella cooperazione internazionale c’è una sottile, ma costante, venatura poetica che non annacqua neanche per un attimo la drammaticità e la tensione del contesto in cui ha operato. La descrizione è magnificamente presente e viva e risente molto del forte coinvolgimento di La Torre. Per quanto sin da subito si intuisce qual è la sua posizione personale, gli va riconosciuto il merito di non aver fatto tracimare l’emotività e questo grazie ad un sapiente melting-pot stilistico. Spesso, infatti, sembra di leggere un diario, altre volte un saggio storico, altre ancora un reportage per quel miscuglio di riflessioni personali, ricordi, dialoghi. E ancora ricostruzioni storiche dei fatti, dati tecnici, materiale d’archivio, sondaggi. Insomma, un lavoro equilibrato ed allo stesso tempo carico di passione, reso ancora più prezioso dalla presenza di personaggi autorevoli, da David Grossmann a Nemer Hammad, da Mustafà Barghouti a Edward Said, a Suad Amiry.  Un viaggio intenso e toccante tra i ricordi ed i profumi, tra la Gerusalemme vecchia e le alture del Golan, un modo leggero e profondo per introdursi alla questione del conflitto israelo-palestinese col supporto della Storia e l’umana aneddotica delle storie.

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