Griffintown

Griffintown

Il vecchio e selvaggio west si trova in realtà ad est, in un angolo remoto del continente americano, a Montreal, dove sembrano esistere leggi precise che regolano i rapporti tra i cowboy. Griffintown è il luogo dove dettano ancora le loro leggi arcaiche, tra sguardi che hanno il significato di mille parole e offese che possono essere lavate solo con il sangue. È il quartiere in cui i cavalli dai nomi indimenticabili e altisonanti dividono le strade con carrozze e diligenze; dove eleganti stivali di ordinanza si abbinano a jeans sdruciti e giacche a quadre. A Griffintown le scuderie lavorano a pieno regime, gli stallieri, i palafrenieri hanno i loro validi aiutanti, ognuno conosce perfettamente i ritmi, scanditi dal respiro del proprio puledro di razza. Oltre agli addetti ai lavori, ci sono i partecipanti all’ambito corso di cocchiere, quelli cioè che per l’Istituto del Turismo portano avanti un’antica professione per tutti coloro che si recano lì a godersi un salto in un’epoca lontana; i veri cowboys amano definirli i “piediteneri” per dileggiare la loro cittadina delicatezza. Tra di loro c’è Marie, che raggiunge la scuderie di Billy, quella che un tempo apparteneva a tutti gli effetti a Paul. Da quando quest’ultimo è sparito ha costretto il suo giovane aiutante a prendere letteralmente le redini della situazione e farsi carico di ogni responsabilità. Ma a Griffintown nessuno sparisce del tutto e il suo corpo, volente o nolente, è destinato a tornare un giorno, forse dopo il disgelo pieno di primaverili speranze, forse senza neanche un ultimo alito di vita…

La frontiera proposta da Marie-Hélène Poitras è quello del Quebec più estremo, così diverso dalle sconfinate praterie del Nevada o dell’Arizona a cui siamo abituati cinematograficamente. Qui la neve sembra rimanere fino quasi agli inizi di maggio e i cowboy parlano una versione anglicizzata del francese. Un luogo inaspettato e fuori da ogni definizione di tempo e di spazio in cui gli uomini portano con sé un retaggio importante. La miseria ha falcidiato il loro passato, il lavoro pesante è l’unico modo per riscattarsi e la giustizia si fa a colpi di proiettili. A volte si ha quasi la sensazione di trovarsi in una versione canadese di Westworld, pluripremiata serie televisiva americana uscita dal genio creativo di Michael Crichton; non ci sono i robot rivoluzionari e il futuro distopico è un presente probabile, però la presenza dei turisti che il lavoro non un’attività per se stessi ma per il divertimento altrui sembra accomunare cocchieri québécois e androidi americani. Fondamentalmente, la scrittrice canadese racconta in maniera molto romanzata la sua esperienza di cocchiera nella Vecchia Montreal, un quartiere che esiste nella realtà ed è votato totalmente all’attrazione turistica. Proprio nel sapere che si parla di cose care alla stessa Poitras che un po’ spiazza trovarsi di fronte ad una scrittura un piatta in alcuni momenti, quasi documentaristica e senza troppe emozioni. Il mondo dei cowboy è da sempre fatto di poche parole o gesti emotivi, ma un pizzico in meno di freddezza avrebbe sicuramente giovato alla narrazione.



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