Grimus

C’era una volta una tribù di nativi americani, gli Axona, che viveva isolata dal mondo su un altopiano che difendeva a costo della morte contro ogni intrusione. Nessun axona è mai sceso dall’altopiano nelle pianure sottostanti. E dopo alcune battaglie, nessun nemico ha più tentato di salirvi. Una donna axona muore dando alla luce un neonato dal sesso incerto, che viene battezzato prosaicamente Nato da Morta. Dopo poco tempo muore anche suo padre e il bambino viene affidato alle cure della sorella maggiore, una tredicenne che ha cambiato il suo nome in Cane da Penna e – con grande costernazione degli anziani della tribù – odia i fornelli e ama arco e frecce. È un cacciatore provetto, solo con le tette. I due fratelli sono trattati come due pària, ma tutto sommato non è perché sono orfani, o perché la ragazza si comporta come un maschio: il problema è il bambino, che ora si fa chiamare Joe-Sue. Per tre motivi: il suo sesso ambiguo, le circostanze macabre della sua nascita e infine la sua pelle bianca e la sua altezza. Passano gli anni, Joe-Sue diventa un maschio a tutti gli effetti. Il giorno del suo ventunesimo compleanno incontra la sorella, che tra le mani tiene due boccette, una piena di liquido giallo e una di liquido blu. Gli racconta di essere scesa dall’altopiano fin giù in città, e di aver incontrato un mago di nome Sispy. Il misterioso personaggio le ha donato le boccette: se berrà il liquido giallo diventerà immortale, se poi vorrà morire dovrà bere il liquido blu. Dopo averle donato la vita eterna, Sispy l’ha salutata con una frase ambigua: “Per quelli che non vogliono usare il blu c’è solo un posto che conosco; io ci vado adesso, e un giorno, se non userai il blu, verrai con me”…

Esordio datato 1975 per Salman Rushdie, che all’epoca viveva in Gran Bretagna, lavorando come copywriter per un’agenzia pubblicitaria. Il romanzo fu scritto appositamente per partecipare al Victor Gollancz Prize for Science Fiction, ma sin da subito – con una lungimiranza che a posteriori appare brillante – l’editore rifiutò di lanciare il libro nel circuito della Fantascienza, puntando invece al mercato della literary fiction. Strategie commerciali a parte, Grimus è un bizzarro “pastiche”: science-fiction appunto, western, quella che oggi definiremmo New Age, romanzo filosofico. Il tono è sottilmente ironico, lo stile pesantemente influenzato dalla cultura Seventies e quindi vai con psichedelia, pellerossa, satira sociale e sessualità orgiastica. A ragione qualche critico ha parlato di parallelismi con La tempesta di Shakespeare per la storia di questo arguto akona immortale che per secoli va in cerca della sorella maggiore e finisce in un’isola sperduta in un Mediterraneo di un’altra dimensione, abitata solo da uomini che non possono (ma soprattutto non vogliono) morire e governata da un capriccioso e potente mago: Grimus, appunto. La comunità di immortali depressi, chiusi, perversi e misantropi di Calf Island, “(..) luogo dove la morte non è né naturale né facile” viene travolta da Aquila Svolazzante alias Joe-Sue alias Nato da Morta, che si è dato la paradossale missione di eliminare la magia mediante la magia e catarticamente uccidere il suo doppelgänger Grimus. Il romanzo è zeppo di riferimenti a varie mitologie, vere o letterarie (il nome dell’isola deriva dall’arabo Kâf, l’albero a cui verrà impiccato Grimus somiglia dannatamente al norreno Yggdrasil, la ricerca della Rosa di Pietra ricorda il viaggio a Monte Fato di Frodo ne Il Signore degli Anelli) ma - cocciutamente eterogeneo - rifiuta di aderire a qualsiasi codice semiotico, a uno schema narratologico preciso, saltando da un genere all’altro come un telespettatore annoiato passa compulsivamente da un canale all’altro. Una storia in cui l’incanto ha il sapore del disincanto.



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