Grom

Grom

Guido, giovane enologo, sognatore, visionario con la passione per l’agricoltura, una mattina di fine estate del 2002 cerca con urgenza l’amico fraterno Federico, pragmatico, razionale, esperto di finanza aziendale con il sogno di diventare imprenditore. L’illuminazione che l’ha colto sulla via di Barbaresco ha un nome e un cognome precisi: Carlo Petrini. Il presidente di Slow Food è l’autore di un servizio letto giorni prima su “La Stampa”, in cui lamentava l’alterazione del sapore del gelato, dovuto a semilavorati industriali e materie prime scadenti. In Italia, dunque, non si farebbe più il gelato come una volta. Perché, allora, non ricominciare a farlo? Si chiede Guido, il cui amore per i prodotti di qualità eguaglia quello per l’agricoltura. Per far sì che il suo sogno non resti tale, manca però qualcuno che sappia concretizzarlo, qualcuno con competenze di amministrazione. Qualcuno come Federico. Una volta convinto del progetto, l’amico, che di cognome fa Grom, non diventa semplicemente il confidente, la spalla, il porto sicuro, ma il socio sempre più entusiasta e coinvolto con cui Guido apre, tra imprevisti e complicazioni, il negozio di gelati in centro a Torino, la loro città. La determinazione, la tenacia, l’umiltà, l’eccellenza degli ingredienti, la sapienza nel gestire ed investire, alla fine, pagano. I due ragazzi riscuotono un successo dietro l’altro e aprono negozi anche in altre città della Penisola. Quello che sembrerebbe il coronamento di un sogno è solo l’inizio di una favola…

Se Guido Martinetti e Federico Grom si fossero lasciati condizionare dal ritornello che sin da piccoli ci si sente ripetere ‒ “Non metterti in testa strane idee” ‒, non solo non si sarebbero realizzati professionalmente, ma alla voce del made in Italy mancherebbe sicuramente qualche nota. Di colore e di gusto. Perché GROM (tutto maiuscolo) è oggi presente su tre continenti, conta un numero sterminato di dipendenti, attinge, per quanto possibile, a prodotti coltivati biologicamente nella propria azienda piemontese (Mura Mura), utilizza farine adatte anche ai celiaci e fa tante altre cose. Tante quante i “no” detti all’inizio dell’avventura. No agli additivi e ai grassi vegetali, no all’esposizione del prodotto in vetrina (gelato solo in pozzetti e carapine), no alle uova di galline allevate in gabbia, no ai materiali non compostabili. Leggere la storia di due amici, che, consapevoli che per andare avanti è necessario guardare indietro, sono riusciti nell’ardimentosa impresa di fare “il gelato come una volta”, è un’esperienza che fa bene all’umore. È la prova, in forma di colosso mondiale dell’alimentazione, che “volere è potere” non è un’abusata frase d’incoraggiamento. Ed è anche un piacere per la vista. L’inchiostro tipografico è verde se il narrante è Guido; rosso se è Federico; blu quando si illustrano concetti comuni. Due colori primari ne formano uno nuovo. Che è quello del logo e lo stesso del fiordaliso, un fiore che vive solo su suoli purissimi. Niente è per caso.



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