Guardati dalla mia fame

Guardati dalla mia fame

In un vecchio palazzo nobiliare nel cuore di Andria vivono le tre anziane sorelle Porro; una quarta, Stefania, è sposata e va spesso a trovarle, un fratello vive lontano con la sua famiglia. Sono anni difficili in Puglia, quelli seguiti all’armistizio e alla fine di una guerra disastrosa. La tensione tra latifondisti e braccianti è altissima: basta poco, pochissimo e da una scintilla può divampare un incendio. Tale è il potere della fame, quella vera. È successo di tutto da quell’8 settembre: i reduci, tornati da tutti i teatri di combattimento in maniera più o meno fortunosa, tentano di arrivare a casa ma i tedeschi arretrano lentamente, in diverse zone non si sa nemmeno che non sono più alleati, e così spesso vagano nelle campagne cercando solo di sopravvivere. Non sono rifugiati, non sono più soldati, non sono vincitori, non sono vinti, nessuno si preoccupa di loro, “Non abbiamo istruzioni” gli rispondono; il re è scappato a Brindisi con generale Primo Ministro Badoglio, nel castello che era stato di Federico II, quando “dentro c’erano il potere e l’autorità. […] Adesso […] il vuoto si vedeva”. In quelle stesse ore a Cefalonia la fanteria Aqui attende vani aiuti. Ma è solo l’inizio: non per nulla gli anni successivi (1943-1948) saranno indicati come la guerra civile di Puglia. Di tutto questo le signorine Porro non hanno alcun sentore. La loro vita ha giorni tutti uguali, scanditi dall’ora del the e da quella del rosario, tra la preoccupazione per gli orli perfettamente combacianti delle tovaglie e quella per i bottoni ben attaccati ai vestiti. Non escono quasi mai di casa e se arriva qualche notizia si stupiscono: perché il popolo si lamenta? Loro hanno donato mezzo milione alla Chiesa, l’unica che sa cosa è giusto fare e a chi dare quel denaro. È sincero e ingenuo stupore il loro, non arroganza, non cattiveria. L’8 marzo 1946 è previsto il comizio di Giuseppe Di Vittorio, segretario della neonata CGIL, e alla vigilia gli animi sono surriscaldati. I nobili hanno abbandonato la città da tempo, le Porro non ne hanno capito il motivo e sono rimaste. Il 7 una cinquantina di persone inferocite assalta il palazzo, insegue le quattro donne e fa scempio dei corpi di due di loro, Luisa e Carolina, dopo averle uccise a calci e pugni. Vincenza e Stefania si salvano miracolosamente. Di questo paragrafo oscuro e triste di una sconosciuta pagina di storia pugliese, all’interno del libro della storia che si studia (errata corrige: si studiava) a scuola non c’è traccia alcuna…

Ci sono libri che ti conquistano lentamente e dal tiepido entusiasmo iniziale sanno trascinarti in una lettura appassionata e coinvolgente. Se poi si tratta di un saggio storico, nonostante per la prima metà abbia le caratteristiche di un romanzo, la cosa è abbastanza curiosa. Milena Agus è una scrittrice e autrice di fiction e si dedica a narrare, immaginandola più che altro, la vita parallela delle povere sorelle Porro all’interno del loro palazzo al di fuori della realtà. L’intento è proprio sottolineare la loro anacronistica ingenuità che si ritrova bruscamente tra l’arroganza dei latifondisti e la miseria nera dei braccianti, in un momento drammatico per il Paese intero, ma profondamente più tragico per il sud e per la Puglia in particolare, a causa di diverse circostanze, a cominciare da quelle geografiche. Di questo racconto storico si fa narratrice Luciana Castellina, giornalista e politica impegnata “vecchia maniera”. La sua voce è così intensa che è facile farsi catturare e trasportare nel vortice sempre più stretto che culmina nell’episodio in cui perdono la vita Carolina e Luisa, travolte letteralmente da una massa ancora priva di alcuna coscienza politica e guidata solo dall’istinto più atavico e animale: la fame. Tutti gli eventi che in pochi anni, dopo quelli duri della guerra, portarono a questa vicenda (alla quale nemmeno Di Vittorio fece cenno il giorno dopo durante il comizio, tranne poi annoverarla nel suo “diario del dolore”) coinvolgono e appassionano il lettore, fino a che si rende conto che si tratta di una storia vera di cui ben si conosce l’epilogo. Sono sempre scelte audaci queste di scoprire e far conoscere pagine rimosse, in maniera più o meno consapevole e/o colpevole, ma importanti. Ci ricordano che sarebbe un nostro dovere continuare lì dove si ferma la storia insegnata. Ma soprattutto, in questi tempi così difficili, servono a capire meglio le anime degli italiani che - è necessario ammetterlo ma in senso positivo di preziosa risorsa! – cambiano da luogo a luogo, da regione a regione. Semplicemente perché le hanno forgiate circostanze e dolori diversi. Dicendolo senza timore, perché, per usare le parole di Giuseppe Di Vittorio: “Abbiamo il dovere di sapere e di dire quello che sappiamo. Dobbiamo avere il coraggio di essere il meglio di noi stessi”.



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