Guerra per sempre

Guerra per sempre
L'attacco da parte della Compagnia Bravo - I Battaglione, VIII Reggimento - dei marines alla roccaforte jihadista di Falluja del novembre 2004; lo stadio di Kabul come insolito e agghiacciante teatro di esecuzioni capitali secondo la legge coranica della shari'a nel 1998; un'intervista ad Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, leader dell'Alleanza del Nord contro il regime dei talebani assassinato il 9 settembre 2001; l'abbattimento della statua di Saddam Hussein in una piazza di Baghdad nel 2003; una famiglia irachena massacrata dai marine per errore a un posto di blocco di Diyala; una sexy-soldatessa bionda messa all'asta come stratagemma per spingere gli iracheni a consegnare le armi a Mosul... Sono solo alcune delle scene registrate su ben 561 taccuini dal reporter di guerra Dexter Filkins, inviato in Afghanistan nel 1998 dal Los Angeles Times, arrestato ed espulso dai talebani nel 2000, cronista per il New York Times da Ground Zero l'11 settembre, di nuovo in Afghanistan e infine in Iraq dal 2003 al 2007...
Il reportage di guerra ha segnato pagine memorabili della storia del giornalismo - e della Letteratura. Ma è l'unico genere che (quasi) unanimemente i lettori di tutto il mondo vorrebbero veder estinguere, perché ciò vorrebbe dire che anche le guerre da raccontare sono scomparse. L'unico lato positivo del fatto che non è così è che giornalisti come Dexter Filkins sfornano reportage-capolavoro come questo (a ben pensare tristemente paradigmatico sin dal titolo), la cui lettura è come un vaccino in grado di farci sviluppare anticorpi contro la retorica patriottica, le public relations degli apparati militari, le bugie dei politici e dei generali. Chi è abituato a vedere la guerra sui telegiornali scoprirà con amarezza e sorpresa che quasi nulla di quanto gli viene detto è vero, che le motivazioni dietro a un conflitto - cristo, non sembrano così chiare e logiche durante le chiacchiere al bar o in ufficio o al Parlamento? - diventano follie incomprensibili quando a parlare sono le persone che vivono quella guerra giorno per giorno sulla loro pelle, nelle loro case, nelle loro famiglie. Il messaggio che emerge da queste pagine è chiaro e drammatico: in Iraq e Afghanistan le cose non sono destinate a migliorare, la popolazione locale è pressoché unanimemente contraria - malgrado le dichiarazioni di facciata - alla presenza delle truppe straniere e la missione occidentale là non ha mai avuto senso né ce l'ha ora. Guerra per sempre manca di una struttura narrativa e temporale coerente (e del resto sul campo di battaglia la coerenza dov'è?), salta di immagine in immagine senza spazi e tempi intermedi, ma questo paradossalmente aiuta il lettore anziché confonderlo. Così si viaggia al fianco del reporter del NY Times di orrore in orrore, di emozione in emozione, fino a alla tomba kitsch in Arkansas di un giovanissimo marine caduto mentre scortava proprio Filkins, tra l'allegria artefatta dei genitori, forse più spaventosa di cadaveri smembrati e bombardamenti da B-52 distanti come dei. Il libro è stato dichiarato Time Magazine best non-fiction book of the year e New York Times Best Book del 2008.

 

 

 

 
 
 
 
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