H come MIlano

1970. Una calda giornata di giugno all’improvviso si è tramutata in inferno. Una bomba all’idrogeno è esplosa a Milano. Il Duomo è rimasto più o meno in piedi, il resto “è caos, frammenti, poltiglia, ricordi”. Pochi sopravvissuti laceri e confusi vagano tra crateri fumanti, macerie, cadaveri carbonizzati. Il cielo è “una coltre ruggente di cenere” radioattiva che promette – una volta calata al suolo – di aggiungere morte a morte. Molti feriti sono agonizzanti, ne hanno per poco, altri sono impazziti: una donna cerca di scrostare da un muro l’ombra di un uomo, lo sbuffo bruciacchiato che è tutto ciò che resta del suo compagno, un altro blatera di aver visto al centro bruciante dell’esplosione la figura di un cavaliere con la spada sguainata. Un uomo cammina per il centro della città, si è fatto solo qualche graffio. Nota una ragazza seduta su un masso, “quindici, sedici anni: occhi ombrettati, rossetto corallo, un po’ di calce sulle guance e sui capelli neri”. È bella, è viva e l’uomo la vuole per sé: si avvicina a lei, le parla. Si chiama Milva, è di Roserio, proprio da quelle parti è caduta la bomba H, è rimasta sola. L’uomo la convince a seguirlo, devono trovare un rifugio prima che la cenere radioattiva ricada al suolo. Raggiungono la zona di Lambrate, la più lontana dall’esplosione, ma è difficile orientarsi “quando le strade hanno cessato di essere”, quando pochi edifici sono rimasti in piedi, ora che Milano è fatta di “dune, ombre, ferri contorti, travi, varchi slabbrati sul nulla”. Ovunque corpi torturati, maciullati, lacerati, bruciati da un fuoco inesorabile. I due fuggiaschi trovano una piccola costruzione indenne: è l’obitorio, si rifugiano là nonostante il ribrezzo. La cenere cade, mentre i superstiti come impazziti violentano, uccidono, ridisegnano la faccia della città in poche ore…

Pubblicato nel 1965 nella leggendaria, eretica collana “La Gaja Scienza” della vecchia Longanesi, questo H come Milano è un vero gioiello dimenticato che benissimo ha fatto Meridiano Zero a riportare in libreria. Malgrado infatti sia un libro figlio del suo tempo – la Guerra Fredda ai suoi massimi di tensione e paranoia – e descriva il disfacimento di una società italiana che non è più la nostra, di un tessuto metropolitano assai diverso da quello odierno (forse al posto dei terùn dal look nudo-saraceno oggi avremmo dei muscolosi africani ma tutto sommato cambierebbe poco, a ben pensarci), il romanzo di Emilio De’ Rossignoli, il primo firmato con il suo vero nome dopo una serie di piccoli capolavori pulp pubblicati con vari pseudonimi, colpisce ancora duro e si lascia leggere senza noia né cadute di ritmo. Qualche ingenuità sul tema radiazioni – del tutto veniale in un libro di più di mezzo secolo fa – non intacca certo il fascino morboso delle trovate di De’ Rossignoli: milizie armate di lanciafiamme che sterminano i poveretti contaminati che, ridotti a strisciare come vermi, si rifugiano negli anfratti delle rovine di Milano, travestiti che adornano le loro teste con scalpi di donna, gruppi di ciechi che vagano nei tunnel della metropolitana convinti che il bombardamento sia ancora in corso, processioni di derelitti che seguono in fila per due falsi profeti salmodiando come gli straccioni che vanno alle Crociate ne L’armata Brancaleone, branchi di gatti feroci che vanno a caccia come lupi, pirati siculo-calabresi che occupano i fiumi e i canali pretendendo un tributo dalle centinaia di assetati che si affollano alle rive limacciose. E poi stupri, cannibalismo, sciacallaggio, antidoti sperimentali, piaghe, deliri, violenza, morte. Il corollario di una guerra nucleare globale che in poche ore spazza via la civiltà umana dal mondo lasciando al suo posto solo follia e decadenza. La necessità di condensare in pochi giorni la parabola dei due protagonisti obbliga l’autore ad alcune forzature narrative, ma ciononostante H come Milano è assolutamente al livello dei capisaldi del genere. O mia bela atomichina che te brillet de luntan.



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