Hai mai fatto parte della nostra gioventù?

Hai mai fatto parte della nostra gioventù?
L'alba. Il Vez - come ogni altra identica, ripetitiva, stramaledetta mattina - è sconquassato dal trillo della sveglia. Un'altra giornata si palesa in tutto il suo orrore davanti alle sue dolenti pupille, in barba alla preghiera che oramai ogni notte si ritrova a recitare prima di addormentarsi: “Non farmeli riaprire, gli occhi. Mai più. Se ci sei, prendimi. E dimenticami”, e alle diciotto gocce di valium. È venerdì. È ora di alzarsi, di andare al lavoro, laggiù, in fabbrica. Prima però, ci sono loro da dover affrontare. La schiava e il dittatore, i suoi genitori, oramai sclerotizzati nei loro incancreniti e ossessivi giochi di ruolo di vittima e carnefice senz'anima. Il padre con la fabbrichetta da mandare avanti e il sogno di trasformare il figlio in un dipendente modello della sacra famiglia, la madre mero pezzo di carne servile e senza dignità nelle mani del marito-padrone. Li evita a piè pari e s'infila nella sua Uno turbo dell'ottantasette, rosso fuoco. E solo al suono melodioso della turbina che fischia, per qualche minuto riesce a rifiatare. Perché una volta in falegnameria, agli ordini del caporeparto Pinomerda, non ci sarà più spazio per altro che non siano tavoli di legno da segare e schegge che si conficcano nella carne e nel cuore. Solo l'idea del fine settimana alle porte gli da il sollievo necessario per tirare quelle ore da “volontario nell'esercito della produzione”, lì nella parte più ricca d'Italia, fiore all'occhiello del paese, il Nordest. C'è il solito rave, sabato notte, dove potersi finalmente disintegrare un po' il cervello, in compagnia della fidata cricca – Nic, venditore d'auto senza scrupoli, col chiodo fisso di auto, fighe e danè, Giò, tossico disperato sempre in bilico sul baratro, e Mike, un dipendente comunale, fragile come un vetro filato -, e sopratutto in compagnia di dosi massicce di bamba, ecstasy, anfetamina, alcool, eroina e quanto di più stordente si possa fagocitare...
Massimiliano Santarossa, giovane scrittore pordenonese all'esordio assoluto nella letteratura 'che conta', dipinge un romanzo che trasuda disperazione, solitudine, umanità e voglia di vita da ogni poro. La sua gioventù bruciata è dolorosa ed è come un urlo disumano che squarcia ma non muta il vuoto cosmico dell'esistenza. Un grido di rara bellezza e forza evocativa. Non c'è speranza, non c'è redenzione, non c'è via d'uscita alcuna. Il branco di personaggi tratteggiato da Santarossa – che nelle loro caratterizzazioni ricordano le maschere disperate dei 'bassi' napoletani di Peppe Lanzetta - sopravvive, galleggia, si accontenta e pur apparentemente sfidando ogni sorta di regola sociale di comportamento o etica, è incapace di reale ribellione. I rave, le droghe, il sesso, le corse clandestine, non sono gesti di rottura con le convenzioni, gesti che segnano un cambiamento, un miglioramento, ma semplici atti di omologazione alla sconfitta, per una generazione, quella del ricco e florido Nordest ma non solo, in realtà viziata, annoiata, disgustata, educata al solo dio consumo e destinata all'imbarbarimento. E la scrittura di Santarossa non concede fronzoli e furbi abbellimenti tarocchi, ma ti sputa in faccia la realtà, ti prende per mano e ti traghetta come un novello Caronte in questo inferno lungo settantadue ore, un inferno onirico e aberrante, che scopri alla fine, purtroppo, non essere poi così distante dal perbenismo di facciata che tutto circonda, confeziona, avvolge, illude e ingloba. Davvero una piccola gemma nel troppo spesso precotto panorama letterario italiano.

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