Hanoi ‒ Lettera a Roger Martin du Gard

Hanoi ‒ Lettera a Roger Martin du Gard

Jean, soldato semplice numero 560 nell’Indocina francese – ad Hanoi –, segretario presso lo Stato Maggiore, il 22 gennaio 1928 inizia a scrivere una lettera-diario a Roger Martin du Gard, suo mentore (e futuro Premio Nobel per la Letteratura), precedentemente conosciuto agli incontri di Pontigny. Racconta degli spettacoli a teatro, del Capodanno – Jean, infatti, è sì soldato, ma in condizioni particolari: gli è consentito “vivere”, laddove in guerra la vita è sospesa –... sempre mosso da un affetto e da una stima profondi verso il destinatario delle sue parole: “Nulla potrà impedire che Voi siate così presente nei miei pensieri, al centro degli affetti custoditi più gelosamente, come se ci fossimo appena salutati”. Jean conosce l’uomo e prova a sondarne delicatamente gli abissi, fin quasi a confondere realtà e ombre: “lo spirito, senza perdersi, si dilata [...] non si sa più, nel profondo di sé, dove finiscano i riflessi e i mulinelli del mondo”...

Jean ha una profonda sensibilità e una vasta cultura – e non a caso è anche un poeta e sarà, poi, un grande drammaturgo (ha pubblicato le sue prima poesie sulla “NRF”, una nota rivista letteraria francese) – che limpidamente emergono dal suo scritto. Descrive con acume e compassione l’atteggiamento diffidente della popolazione autoctona, così che il processo di acculturazione risulta essere soltanto di facciata: “Restano perennemente celati in fondo a loro stessi, e quella cortesia estrema, quella esagerata deferenza [...] che mostrano nei confronti dei francesi serve solo [...] a tenersi ancora più distanti da noi”. O ancora: “Tutti gli sforzi che avrò fatto [...] non potranno far loro dimenticare che io sono l’usurpatore, il conquistatore”. È, questa, un’atmosfera “impersonale”, peggio ancora che ostile, “come se l’avvicinarsi di un francese riuscisse a spegnere [...] ogni bagliore di [...] autenticità sul viso di un autoctono”. Jean non si lascia vivere, ma vive il suo tempo e, molto spesso, lo fa proprio mediante la scrittura, attraverso la quale riesce a pensare al proprio tempo, al presente. E, senza scrittura, la vita – anche in tempo di guerra – non basta, è solo mera sopravvivenza: “Non ho letto né scritto nulla, mi sono accontentato di vivere, di assaporare la vita”.



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