Hans Mayer e la bambina ebrea

Hans Mayer e la bambina ebrea

Le giornate, a Varsavia, in quel mese di settembre 1941, scorrono veloci tra le denunce dei cittadini e le esecuzioni di tutti i nemici del Führer o presunti tali. Nessuno ha più né la voglia né la forza per reagire; nessuno spreca minuti importanti del proprio tempo per fermarsi a pensare. Ma Hans Mayer, ufficiale della Wehrmacht, ricorda uno per uno tutti gli innocenti che ha ucciso. Da un lato cerca di rispettare il suo ruolo e di appoggiare gli ideali della sua patria, dall’altro si odia ogni volta che si ritrova a firmare un mandato di arresto o ad autorizzare un’esecuzione. Combatte contro se stesso ogni giorno, scoprendo parti oscure di sé e provando una sempre maggiore stanchezza ed una sempre più profonda delusione. Anche quella sera, mentre cammina a passo lento e con lo sguardo rivolto a terra per le strade della città, si sente impotente, sull’orlo di un abisso. All’improvviso, qualcosa attira la sua attenzione e Hans solleva lo sguardo: un cappottino grigio, una cascata di boccoli biondi, una figura minuta di tre o quattro anni che si guarda intorno smarrita. È una bambina, si chiama Marie e probabilmente si è persa. Hans prova ad accompagnarla presso il comando militare per l’identificazione, ma gli uffici sono già chiusi. Che fare ora? Marie è carina ed indifesa ed Hans non ci pensa due volte ad ospitarla per la notte. La mattina successiva, molto presto, da una telefonata del collega Kroger, Hans capisce che Marie è ebrea ed è l’unica della sua famiglia ad essere sfuggita ad una retata. Il padre, la madre ed il fratello sono già stati inviati ad Auschwitz e finiranno presto nelle camere a gas, mentre si sono perse le tracce della sorellina, Marie appunto. Hans è combattuto: non può rischiare tutto ciò che ha per quella bambina, deve fare ciò che è giusto per la sua nazione, deve consegnarla. Ma Marie ha la fronte bollente e la febbre alta. Hans non può consegnarla alle SS in quello stato. Deve prima curarla. Chiederà aiuto ad Adam, il suo amico farmacista…

Ogni volume pubblicato dalla casa editrice indipendente Bonfirraro nella collana Futura racchiude in sé un’idea per guardare in modo nuovo il tempo ed il mondo attuale, nella consapevolezza che “la nostra storia è il futuro verso cui ci avviamo”. E il libro di Eleonora E. Spezzano è assolutamente in linea con la filosofia della casa editrice che ha pubblicato il suo romanzo d’esordio. La Spezzano ha quattordici anni, un’età nella quale difficilmente si ha il desiderio di capire così a fondo un capitolo tanto drammatico della Storia come la Shoah e la capacità di raccontarlo con grazia e delicatezza. L’autrice, con rara sensibilità, lascia sullo sfondo la parte più terribile di quel periodo, fatto di violenza, brutture e crudeltà assurde perpetrate nei campi di concentramento, mentre si concentra sui sentimenti, gli stati d’animo e le scelte di un militare tedesco, Hans Mayer, che racconta in prima persona la sua battaglia contro un sistema che non ha più nulla di umano e che non riconosce né rispetta più. In un momento storico permeato di barbarie ed ordinaria atrocità, l’attenzione della scrittrice è focalizzata sulle relazioni umane e sulla capacità di far emergere la potenza e la forza dell’amore contrapposte all’indifferenza nei confronti della più assurda violenza. L’incontro con Marie sarà il detonatore che permetterà all’ufficiale Hans, un uomo che ha già vissuto su di sé - da giovane - l’orrore della discriminazione, di riscattarsi, di riappropriarsi della sua affettività e dei suoi valori, di sentirsi nuovamente vivo, di sfondare il muro di indifferenza e paura creato dal nazismo. Paura che non è propria solo degli ebrei e dei perseguitati, violentati nella loro dignità umana, ma appartiene anche ai tedeschi, costretti a comportarsi come burattini, privi di coscienza, impotenti. La denuncia della giovane autrice è oltremodo attuale e riguarda non solo il nazismo del passato, ma anche quello attuale, rappresentato dalle menti dominate unicamente dall’odio. In tale contesto la memoria ed il ricordo sono le armi più potenti, le uniche in grado di decidere lo scenario futuro della storia e, di conseguenza, della civiltà.



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