Hap & Leonard

Hap & Leonard

È un tranquillo pomeriggio invernale. Nel grande campo dietro casa, Hap e Leo ammazzano il tempo tirando al piattello con il loro vecchio calibro dodici. È il turno di Leonard: finalmente si pulisce le manone nere sui pantaloni kaki, prende il fucile per caricarlo, guarda all’orizzonte e si ferma esclamando “Merda. Guai in vista”. E in effetti i guai stanno arrivando ed anche velocemente. Trudy, ex compagna di Hap - “lunghi capelli biondi e gambe che partono dalla gola” – avanza con quella tipica camminata “tutta-fianchi che le fa ballonzolare le tette, roba da mandare un uomo e la sua macchina fuori strada per dare una sbirciatina”. Sì, proprio guai in vista... In un classico luglio texano, caldo e afoso, Hap è intento a interrare le sue piantine. Odia il lavoro nel roseto, ma per il momento non ha trovato di meglio e considerando che è un quarantenne squattrinato e senza troppe prospettive per il futuro, non è certo il caso di fare tanto lo schizzinoso. E così mentre è lì a “divertirsi con le sue piantine e a pensare nel cervelletto i soliti pensieri a base di tè ghiacciato e dolci donne disponibili”, vede avanzare all’orizzonte Leo, con il suo bastone per sostenere la gamba malandata, regalo dell’ultima avventura in cui è stato trascinato assieme ad Hap dalla bionda e pericolosissima Trudy. “Mio zio Chester è defunto”. In men che non si dica, “completo blu scuro ed aria da idiota” per Hap e completo verde scuro stile selvaggio west, camicia giallo canarino e cravatta a strisce arancioni verdi e gialle per Leo, i due si dirigono alla piccola chiesa battista nella periferia di LaBorde, dove sta per iniziare la cerimonia funebre... Quando Hap arriva a casa di Leonard, la sera della vigilia di Natale, lo stereo dell’amico suona a tutto volume The Ballad of Davy Crockett dei Kentucky Headhunters e, “come per una sorta di celebrazione natalizia” Leo sta appiccando “il fuoco ancora una volta alla casa dei vicini”. In lontananza si sentono già le sirene della polizia mentre il ragazzo di Leonard, Raul, se ne sta con le mani ficcate nelle tasche dell’impermeabile, agitatissimo, osservando l’incendio ed il pestaggio che avviene poco distante. E pure la sagoma di Leo “in piedi sulla veranda, con il fumo che gli ribolle alle spalle, il fuoco che lingueggia dalle finestre, il tetto sormontato da un cappuccio di fiamme”...

Raccolti in un unico volume, Einaudi propone in serie cronologica i primi tre romanzi dedicati al ciclo di Hap Collins e Leonard Pine (Una stagione selvaggia, Mucho Mojo e Il mambo degli orsi): le avventure della coppia di amici-detective per caso probabilmente più mal assortita della storia del noir. Inseparabili, quasi fratelli, Hap e Leo si trovano qui trascinati in avventure dalle quali escono vivi per miracolo e non senza passare per pestaggi violenti ed inseguimenti mozzafiato. Avventure nelle quali spesso si trovano invischiati loro malgrado, dal recupero della refurtiva di una rapina finita in fondo alle acque fredde e buie di un fiume alla ricerca di un serial killer che uccide ogni agosto un bambino nero e figlio illegittimo, passando per la ricerca della bellissima Florida Grange, ex fidanzata di Hap scomparsa misteriosamente nella bianca e razzista cittadina di Grovetown. In un Texas cupo, in cui vige la legge del più forte e in cui esistono ancora roccaforti del Ku Klux Klan, per cui essere nero ed omosessuale diventa davvero un problema serio, Leonard ed Hap sbarcano il lunario con lavoretti saltuari, sopravvivono a storie d’amore travagliate (quelle di Hap sembrano maledette e terminano inevitabilmente in tragedia) e tirano le fila delle loro sgangherate vite dopo aver visto infranti gli ideali e i sogni di gioventù. Eppure, per quanto possano sembrare sfasciate e senza senso, le loro esistenze possono contare sul sostegno reciproco, su un solido rapporto di amicizia, su un’intesa quasi fraterna. Un mix perfetto tra noir e azione, condito con dialoghi serrati e coloriti e con quel pizzico di humor nero che strappa inevitabilmente il sorriso, ma non senza uno sguardo malinconico ad una vita che troppo spesso ha chiesto un prezzo molto alto da pagare.



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