Hard news

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Randy Boggs è in carcere per omicidio, ha paura ed è rassegnato. Hanno già tentato di ucciderlo. Ascipio, un detenuto sudamericano, pare avergliela giurata, senza una ragione peraltro. Boggs continua a proclamarsi innocente, lo fa una volta di più scrivendo al canale televisivo Current Network. La sua lettera finisce sulla scrivania di Rune, assistente cameraman a Network news, con poco più di vent’anni sulle spalle, sostenuta da una certa bravura e una dose di entusiasmo che si può avere solo alla sua età. Per qualche misteriosa ragione quella lettera la colpisce nel profondo, lei gli crede e vuole tirarlo fuori di prigione. È decisa a realizzare un servizio che dimostri l’innocenza dell’uomo, se non a farlo scarcerare almeno a far rivedere il processo, e lo vuole vedere su Current events, il canale principale del network per il quale lavora. L’unica opzione che ha, dal basso della sua posizione, è raggiungere Piper Sutton, la dragonessa che incanta i telespettatori e dirige il tutto come un dittatore. Rune riesce a coinvolgere la donna, che a determinate condizioni (ossia di evitare qualunque manipolazione e attenersi ai fatti, quali che siano), le concede di fare l’assistente di produzione a Lee Maisel, giornalista di punta. Quello che a Rune sfugge del tutto è il nome della vittima di Boggs. È accusato di aver ucciso nientemeno che Lance Hopper, il direttore di Network news…

Pubblicato la prima volta nel ’92, Hard news è il romanzo che conclude la trilogia di Rune. Un personaggio a metà fra l’archetipo della sfigata e un concentrato di energia e ottimismo. Giovanissima, cambia lavoro e colore di capelli come gli altri cambiano maglietta, si trova coinvolta in situazioni assurde un po’ per caso e un po’ per ingenuità. Ciononostante ha anche delle ottime intuizioni che le permettono di trovare soluzioni che altri non vedono. Il genere è tutt’altro rispetto alle storie del criminologo Lincoln Rhyme, qui non ci sono evidenze scientifiche, ci sono intuito e cuore. Mancano anche tutte le tecnologie odierne, che nei primi anni ’90 non facilitavano/ingombravano la vita, era il tempo i cui se incappavi in un incidente o in un incendio non stavi a filmarlo per postarlo sui social ma usavi il telefono per chiamare la polizia. E un po’ di ingenuità se vogliamo cercare il pelo nell’uovo c’era anche nell’autore, che ancora non riusciva a tenere il ritmo costante e il lettore incollato alle pagine con continuità. Nonostante qualche debolezza nella storia, la stoffa era già ben visibile e salvo qualche rallentamento, ad un certo punto prende la rincorsa e le pagine lente vengono dimenticate, cancellate da una tirata finale degna del Deaver che poi abbiamo conosciuto.



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