Harvey

Harvey
Elwood P. Dowd ha 47 anni, modi garbati, veste con eleganza, sta quasi sempre fuori casa – va al Charlie Bar o alla Taverna della Bionda, è generoso, molto socievole e sua sorella Veta Louise Simmons ha deciso di farlo internare. Sotto quel suo comportamento galante, quel suo offrire dalie fresche alle ragazze e biglietti da visita ad ogni sconosciuto che incontra, si nasconde infatti qualcosa che solo i parenti più stretti conoscono. E Veta Louise non ne può più. Prima di morire sua madre avrebbe dovuto informarla della strana amicizia di Elwood, se avesse saputo non avrebbe mai accettato di dividere la casa con il fratello, ma nessuno le ha detto niente e ora la situazione è insostenibile: Veta e sua figlia Myrtle devono mettere ogni giorno un posto a tavola in più per Harvey, il più caro amico di Elwood; se stanno sul divano devono spostarsi per far posto ad Harvey; se Elwood chiama da fuori per parlare con Harvey devono fingere che tutto vada bene e ascoltare  quei monologhi deliranti dalla cornetta. È imbarazzante e finché in casa ci sarà questa “presenza” (o sarebbe meglio definirla un'assenza?) le Simmons non potranno dare nessun ricevimento e la giovane Myrtle non entrerà mai in società. Il fatto più terribile, quello che Veta Louise non ha mai confessato a nessuno, è che anche lei qualche volta riesce a vedere Harvey ed è proprio come lo descrive suo fratello: tra il metro e ottanta e il metro e ottantacinque e tutto ricoperto di soffice pelo bianco. Un enorme coniglio bianco...
Vincitrice del Premio Pulitzer, Harvey è una commedia in tre atti scritta da Mary Chase nel 1944 e portata più volte in scena a Brodway. Henry Koster nel 1950 ne ha tratto l'indimenticabile film con James Stewart e Josephine Hull (premio Oscar come miglior attrice non protagonista). Sebbene pensata per essere recitata e quindi vista, la storia dell'amicizia di Elwood con il grande coniglio sa farsi apprezzare anche sulla pagina scritta: le battute funzionano, gli equivoci fanno sorridere e la personalità complessa del protagonista, che si dimostra razionale e calmo nelle situazioni più impensabili, convince (memorabile il racconto del primo incontro con Harvey: «Stavo camminando per la strada da solo quando sentii una voce: “Buonasera, signor Dowd”. Mi voltai e c'era un grande coniglio bianco appoggiato a un lampione. Be', non ci detti peso, sapete, quando uno ha vissuto tanto in una città come questa, è normale che tutti ti conoscano per nome»). La geniale trovata della Chase di non far pronunciare al “puka” - spirito burlone sotto sembianze animali - nemmeno una battuta all'interno dell'opera, riesce a rendere il coniglio paradossalmente invisibile e presente allo stesso tempo: è come se l'autrice e la sua creatura  letteraria (Simone Pieralli li ritrae ironicamente assieme in una splendida illustrazione posta nell'incipit del libro) si prendessero  gioco un po' anche del lettore. Un testo originale a fronte avrebbe reso forse ancor più prezioso questo piccolo gioiello, ma poco importa perché a lettura ultimata vien voglia di andare a teatro o di recuperare il film, per confrontare e per immergersi ancora in quell'atmosfera sospesa tra onirico e reale che pervade ogni pagina di Harvey.

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