Hilarotragoedia

“Ma vi sarà una notte improba, ventosa, piovorna ed amara; notte da tabarri, da pulizia grande sulle lapidi dei cimiteri; notte da cosce coniugali, caritatevoli e pigre; notte in cui ci si schiaccia contro la crosta del pianeta che ci vortica”… “Mi piace fantasiare l’angosciastico o catalievitante come puntiglioso degustatore di spastiche delizie, gastronomo dell’universale decesso”… “Distingueremo in primo luogo tre gradi di angoscia, […] tre gradi di tenebre, tre gradi di morte, tre gradi di niente. […] Questi tre gradi nomineremo, con arroganza nominalistica: dell’angoscia titillante, dell’angoscia disrupativa, dell’angoscia conclusiva, e estetica”…

Una catabasi? Un trattatello sull’angoscia? Anzi, come recita il titolo di una parte di questo testo di Giorgio Manganelli, un “Trattato delle angosce con Inserto sugli addii”? Forse sì. In realtà Hilarotragoedia è un’opera indefinibile, assolutamente anomala, una sorta di flusso di coscienza pieno zeppo di neologismi, boutade linguistiche, parole colte e desuete, latinismi, grecismi, persino disquisizioni grammaticali al limite dell’assurdo. Il lettore si trova travolto da questa lingua funambolica, raffinata, complessa, a tratti priva di logica, e si chiede se improvvisamente abbia smarrito la capacità di comprendere; ogni volta che crede di avere colto il filo del discorso questo si spezza all’improvviso, per ricominciare mutato del tutto da una torcitura nuova, diversa. Il lettore, spiazzato, annaspa stranito, ma, pure, non riesce a smettere di leggere, come fascinato dall’incanto delle parole. Un incantesimo di parole, appunto. Questa l’unica possibile definizione di un testo ineffabile, di valutazione troppo complessa. Resta soltanto da scegliere se abbandonarlo dopo poche pagine o lasciarsi travolgere fino alla fine da quello che pare quasi uno scherzo (diremmo, con timore di essere blasfemi, “una supercazzola”) del prolifico scrittore, critico letterario, traduttore, consulente editoriale (e tanto altro) Manganelli, con quest’opera alla sua prima – tarda – pubblicazione, datata 1964, quando aveva quarantadue anni. Il manoscritto pare sia costituito da quattro versioni, redatte tra il dicembre del ’60 e il gennaio del ’61. Il senso del titolo è forse ben spiegato da chi ha detto che questo testo è percorso dalla tragica “gaiezza che cogliamo nel discorso oscuramente significante dei dementi”. Non è una lettura facile, per niente, e molto è stato scritto a proposito. Chi accetta la sfida?

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