Hitchcock ‒ Il laboratorio del brivido

Hitchcock ‒ Il laboratorio del brivido

Un esempio si trova nell’ultima scena del film Il prigioniero di Amsterdam, con Joel McCrea, George Sanders e Laraine Day, girata il 5 luglio del 1940. Un colpo d’occhio sull’immediato futuro, che raccoglie e trasforma in immagini le nuove paure della guerra. in questa scena viene prefigurato un fatto che ha luogo cinque giorni più tardi, ovvero le prime bombe su Londra, la capitale dell’impero, nei cui territori garrisce al vento, issata sull’asta, la bandiera bianca, rossa e blu che diventa bersaglio degli aggressivi aerei hitleriani. Questa sequenza nasce dall’intima preoccupazione del regista per la madre, Emma, rimasta a Londra in attesa degli sviluppi degli eventi. Hitch è inquieto. Le preoccupazioni per la madre si intrecciano con quelle determinate dalla dichiarazione del suo produttore degli esordi, Michael Balcon, che si unisce alle proteste della stampa britannica contro il regista e tutti coloro che hanno scelto di lavorare al sicuro negli Stati Uniti d’America, mentre si aggrava la minaccia nazista, apostrofandolo come un disertore. Poco importa che la prima della pellicola sia un successo…

Narcisista, maniacale, ossessivo, bulimico, irrisolto, complessato, coraggioso, pavido, perverso, parossistico, egoriferito, ansioso, malizioso, pudico, esibizionista, megalomane, seduttore, simpatico in modo travolgente, lunatico, ombroso, gaio, cupo, umile, affabile, amabile, insopportabile, delirante, esteta, autolesionista, serafico, violento: in una parola, tutto e il contrario di tutto. Questo dice la sua leggenda, il suo mito. Ma si sa, ogni mito e ogni leggenda hanno il proprio fondo di verità. E in questo caso pare che si tratti di qualcosa di molto più essenziale di una masnada di luoghi comuni imbastiti sovente ad arte per rendere ancora più irraggiungibile e al tempo stesso commerciale la figura di un genio – cui per antonomasia si associa la sregolatezza – della settima arte: Alfred Hitchcock era la sintesi ideale del celebre verso di Walt Whitman che recita: “Sono vasto, contengo moltitudini”. Un uomo grande ma anche misero, un crogiolo di contraddizioni, che Italo Moscati, scrittore, regista, sceneggiatore (Portiere di notte con Charlotte Rampling e Al di là del bene e del male con Dominique Sanda e soprattutto Virna Lisi basterebbero da soli a definire come ottima una carriera) racconta senza enfasi, giudizi, retorica, agiografia, con stile vario e brillante, note esaustive e minuziosa ricchezza di particolari.



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