Hitler – L’ascesa (1889-1939)

Cosa ha spinto un uomo, neanche di origini tedesche, ad elevarsi come salvatore della Patria germanica, ad esaltarsi fino al fanatismo e a provocare il più grande conflitto mondiale di sempre? Come è nato quell’odio smisurato per gli Ebrei e cosa ha convinto un popolo intero a seguirlo? Per capire è necessario partire dalle sue origini, che appaiono subito ambigue quanto fortunose negli eventi come l’errore di un notaio che trasforma Hiedler in Hitler. Si ipotizza un nonno ebreo, lo stesso Hitler non ha mai dato peso alle illazioni ma il sospetto rimane, condito da una certa ironia se si considera che il Führer pretendeva da ogni tedesco una prova di “ascendenza ariana”. La sua era una normale famiglia benestante, Alois Hitler era un padre severo che esigeva dai figli il massimo del rispetto e dell’obbedienza e che metteva prontamente mano alla bacchetta quando perdeva le staffe. La madre bilanciava il comportamento del padre. Fu sicuramente un punto di riferimento fondamentale per Adolf che soffrì terribilmente la sua perdita. L’eccesso di dedizione e premure che gli dedicava potrebbe aver contribuito ad alimentare la tendenza a sopravvalutarsi e a ritenersi sempre nel giusto oltre all’inclinazione al sottrarsi ai compiti più sgraditi. Aveva un caratteraccio, gli insegnanti lo trovavano riottoso, ostinato, prepotente e facile all’ira. Hitler non li sopportava, provava avversione per loro e per tutti coloro che ne sapevano più di lui. La doppia bocciatura all’Accademia delle Arti peggiorò la situazione convincendolo che il mondo era coalizzato contro di lui. Anche fisicamente Hitler non poteva essere definito il modello del maschio ariano. Gracile, di statura media, con un naso ingombrante (tanto che lui stesso ammise che i baffetti, fuori moda, servivano per nasconderlo) e un fastidioso ciuffo che cadeva continuamente sulla fronte. Ma con degli occhi magnetici e uno sguardo penetrante che sapeva tenere fisso per un tempo che, all’interlocutore che lo subiva, sembrava interminabile. La voce era profonda, modulabile, sonora, capace di salire in falsetto quando declamava i punti del suo ambizioso programma politico. Divenne un prezioso strumento nei comizi, riusciva a convincere anche chi avrebbe dovuto aver paura di lui. Prima della salita al potere come Cancelliere subì diverse sconfitte, ma la situazione sociale ed economica del periodo lo aiutò a trasformarle in vittorie. Grande stratega politico, capace di leggere il momento sapeva farsi gli amici giusti. Da esponenti dell’alta borghesia tedesca a uomini colti, fino agli industriali più facoltosi tutti subirono il suo fascino. Il bello è che ad un primo approccio appariva mite, umile, quasi insignificante. Forse fu anche per questo che gli avversari lo sottovalutarono in più di un’occasione, sapeva recitare, sapeva camuffarsi. Uomo scaltro, tattico e noto anche per la sua falsità, era sempre un passo avanti agli altri. Teneva tutti a distanza, amava alimentare leggende sul suo conto come quella della rinuncia alla retribuzione di Cancelliere. Ritardatario cronico, amante delle belle auto, la sua vita sentimentale rimane circondata da un alone di mistero. Cosa successe veramente alla nipote Geli Raubal, ufficialmente suicida, e quali fossero i loro rapporti rimarrà il segreto che entrambi si sono portati nella tomba. Un uomo solitario, sempre diffidente ed a disagio con gli altri, toccato da un destino che lo ha reso il carnefice di oltre 60 milioni di persone…

Ci si domanda se - dopo centinaia di pagine scritte e litri d’inchiostro versati - sia necessario produrre altre biografie su una delle figure più enigmatiche, controverse, odiate e studiate della storia dell’umanità e perché. Una risposta, probabilmente la più esauriente, ce la fornisce il Premio Nobel per la Letteratura, Thomas Mann, che nel suo saggio Fratello Hitler così scrive: “Quest’uomo è una catastrofe, il che però non basta a non trovarlo interessante per carattere e per destino… nessuno è dispensato dall’interessarsi alla sua triste figura”. Volker Ullrich ha risposto alla chiamata vincendo con quest’opera il Los Angeles Times Book Prize. Docente universitario di politica, autore di biografie di grandi personaggi come Napoleone e Bismark, storico e grande conoscitore degli eventi del XIX e XX secolo oltre che giornalista, Ullrich confeziona un’opera di grande respiro impressionante per la ricchezza di particolari, note, riferimenti bibliografici, grazie anche all’accesso, consentito solo recentemente, agli archivi del Terzo Reich, che gli ha permesso la consultazione di nuovi documenti, inediti discorsi del Führer e nuove testimonianze. Il personaggio Hitler è osservato ed analizzato nel contesto dei particolari momenti vissuti da lui e dalla Germania, dalla nascita alla presa del potere, fino all’inizio della Seconda guerra mondiale. Mentre Konrad Heiden, grazie all’esperienza di corrispondente a Monaco di Baviera, nella sua biografia formula giudizi personali sulla figura del Führer e Ian Kershaw arriva a definirlo un “guscio vuoto”, Ullrich narra gli avvenimenti con piglio certosino astenendosi, comunque, da giudizi e critiche. Al lettore, al quale fornisce tutti gli indizi possibili, storici, sociali e politici, lascia la possibilità di creare un proprio quadro finale.

 


 

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