Ho seguito le stelle

Ho seguito le stelle

Gulwali ha solo dodici anni e già immagina il momento della sua morte. Un pensiero che non appartiene ai bambini della sua età. Ma lui non è più bambino: in Afghanistan ha dovuto crescere in fretta ed ora, sulla barca che lo traghetta attraverso il Mediterraneo con tanti altri profughi come lui, stipati e affamati, la paura rende la morte una possibilità più concreta. Lui, unico bambino a bordo, non sarebbe sopravvissuto di certo né al sudiciume né alla disperazione. Una caduta in mare sarebbe stata fatale: non sa nuotare e nessuno si sarebbe gettato per salvarlo. La regola è elementare: ognuno pensa per sé. Il terzo giorno arrivano anche le allucinazioni e il vento. Come se non bastassero il fetore e la pungente nostalgia della famiglia ormai lontana. L’istinto di sopravvivenza e il ricordo della voce della mamma che lo sprona ad avere coraggio, sono gli unici appigli cui aggrapparsi. Ma l’imbarcazione sta inesorabilmente affondando. A Gulwali non resta che pregare e ripensare alla sua vita. A cominciare dalla sua famiglia. Una numerosa (e rumorosa) famiglia pashtun, impastata di affetto sincero e di sorrisi accoglienti, in una terra ferita e instabile, nelle mani dei talebani. Una società senza legge né ordine, appena uscita dalla barbarie di una guerra civile, che accoglie le regole severe dei talebani con la speranza di pace e serenità. Fino all’arrivo degli americani. L’inizio dell’occupazione coincide con la fine della spensieratezza di ragazzo…

Attraverso pagine terrificanti e commoventi, il ventunenne afghano Gulwali Passarlay racconta il suo viaggio da profugo, durato quasi un anno, dall’Afghanistan alla Gran Bretagna. Lo stile spoglio e diretto ed un linguaggio vivido ed essenziale (i termini in pashtun e l’inserto fotografico rendono ancora più vivace il racconto), coinvolge emotivamente il lettore e lo aiuta a comprendere più profondamente la questione dei migranti: in particolare, la nota della coautrice fornisce gli elementi di scenario nel quale il viaggio di Guwali è inserito. Un viaggio tra posti di blocco e alloggi improvvisati, tante lingue e poco cibo, inaspettate crudeltà e altrettanto inaspettate gentilezze, polizia e carontici traghettatori, lunghe attese e partenze improvvise, carcere e corruzione, preghiera e disperazione, tensione pronta ad esplodere e nessun documento. Una vita ridotta a pura sopravvivenza. Nessuno di cui fidarsi e qualcuno a cui affidarsi. Andare avanti senza mai guardarsi indietro. Burocrazia e l’impossibilità di esprimere i propri bisogni. La solitudine che blocca il respiro, gli interrogatori e gli sguardi sospettosi. Passando dall’inferno, fin nell’abisso, verso una nuova rinascita. Piena di speranza. Un racconto autobiografico assai attuale capace di bilanciare la barbarie narrata con altrettanti episodi di generosità e solidarietà. Ma anche di scuotere le comode coscienze occidentali. Perché “L’opposto dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza”.



 

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