Homo Interneticus

Homo Interneticus
Con l’avvento delle nuove tecnologie ci troviamo di fronte a una battaglia che vede sul campo gli apostoli dell’innovazione contro i cosiddetti luddisti. Senza dubbio internet rappresenta la trasformazione più radicale della vita pubblica e privata nella storia del genere umano. Ma quali sono gli svantaggi di questa rivoluzione epocale? La Rete viene presentata come luogo di democrazia e libertà d’espressione, ma un’attenta riflessione porta a scoprire anche i suoi lati oscuri. Partendo dal presupposto che ormai il tempo libero trascorso su internet sia un’attività economicamente redditizia – tanto da essere diventati dei prosumer, cioè degli individui che producono mentre consumano – ormai condividere pubblicamente opinioni e interessi sul web è diventato il pane quotidiano del marketing aziendale. Stiamo cedendo la nostra individualità (e la nostra privacy) a una macchina che piano piano ci trasforma in un ‘Homo Interneticus’ che si ritrae di fronte a qualsiasi visione critica. Internet è il primo ambiente sociale in grado di soddisfare le esigenze di persone isolate. Ma per essere riconosciuti all’interno di questa blogosfera è necessario essere popolari: non è importante essere specializzati in qualcosa, bensì essere letti, essere citati dai blogger più famosi e ottenere sempre più visite al sito personale. Per avere successo è necessario conformarsi, perché la cultura di internet ha attirato le persone verso ciò che piace a tutti. Proprio come succede nei talent show tipo American Idol, dove i concorrenti “si lasciano infettare da virus già ben collaudati”, perché sono consapevoli che uno stile già acclamato produce l’effetto desiderato. Nella corsa alla popolarità sul web, pubblico e privato si fondono completamente, mentre l’identità viene messa da parte: ciò che è importante è solo piacere agli altri… 
Un saggio brillante, questo Homo Interneticus, che porta avanti argomentazioni che probabilmente non tutti riusciranno a condividere. Se i vantaggi della rete sono tanti – e Lee Siegel non si trattiene dall’elencarli – i pericoli e le trappole nascoste non sono di numero inferiore. Siegel descrive il mondo surreale del web 2.0, “dove la retorica della democrazia, della libertà e dell’accessibilità è spesso la copertura per una retorica antidemocratica e coercitiva in cui le aspirazioni commerciali si mascherano da valori umanistici e in cui, ironicamente, la tecnologia è tornata indietro, dall’intrattenimento disinteressato dell’arte alta e popolare al gretto e avido interesse personale”. Forse non è così immediato percepire tali cambiamenti, ma ci sono ed è bene conoscerli. Nell’ultima parte del libro viene preso in esame il problema della conoscenza che sta appassendo a vantaggio dell’informazione. Un’informazione che ormai può essere fornita da chiunque: si parla, appunto, di cultura partecipativa, in quanto a dare le notizie non sono più solo giornalisti e professionisti del settore, ma anche blogger che si sentono come influenti modellatori dell’opinione pubblica. Tutto questo in nome della popolarità. La prefazione di Luca De Biase anticipa e spiega i timori di Lee Siegel, secondo il quale la macchina sta prendendo il controllo delle persone, avvelenandone i pensieri. Il vero problema è “distinguere tra la tecnologia che libera le capacità dell’umanità e quella che le limita”. Nonostante il saggio di Siegel sia ben strutturato, è necessario conoscere a fondo la blogosfera – magari farne parte – e le dinamiche delle relazioni online, in modo da non valutare l’opinione del critico americano come una crociata contro internet. 

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