Homo sum – Essere “umani” nel mondo antico

A scuola tutti studiammo e studiate l’Eneide, poema epico scritto da Virgilio tra il 29 e il 19 a.C.. Narra la mitologica storia di Enea, figlio di Anchise e della dea Venere, eroe guerriero di Troia nell’antica Grecia, che riuscì a fuggire dopo la caduta della città e viaggiò profugo per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore dell’antico popolo romano. A scuola tutti studiammo e studiate la Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 d.C., preambolo e trenta articoli di principi e obblighi, diritti e doveri, votata da 48 dei 58 Stati allora membri dell’Onu (8 astenuti, 2 assenti, l’Italia ancora non ne era parte), in vigore non vincolante. È all’origine di una settantina di patti globali vincolanti e risulta purtroppo ancora violata da molti Stati e governi in giro per il mondo (a motivata detta di istituzioni, corti di giustizia e organizzazioni internazionali). Un grande latinista antropologo prova a relazionare il senso di umanità che emerse e si espresse migliaia di anni fa nelle culture classiche con il testo della moderna dichiarazione universale, attraverso uno studio comparato di termini e locuzioni, aiutandoci a valutare le drammatiche cronache attuali e, soprattutto, a indignarci per i troppi cadaveri che fluttuano ora nei nostri mari. Prima il naufrago troiano riuscì perigliosamente a sbarcare con pochi altri superstiti a Cartagine (la Libia di allora, la Tunisia di oggi). Didone, la sovrana regnante, memore di essere stata a sua volta costretta ad abbandonare Tiro (la patria fenicia) spiegò a tutti che le frontiere si chiudono di fronte agli aggressori, non a disgraziati e miseri, li soccorse e diede aiuto; offrì loro di restare a parità di diritti con i locali o mezzi e viveri per rimettersi in mare verso Sicilia o Italia. Occorre approfondire bene quali convinzioni ed emozioni erano alla base di una tale opzione umanitaria, senza enfatizzare pietà e retorica, vedendo somiglianze e differenze…

Maurizio Bettini insegna Filologia classica all’Università di Siena e, dopo aver ha scritto decine di interessanti saggi oltre che centinaia di acuti articoli, ci offre adesso uno splendido originale studio sui diritti umani. La colta esplorazione linguistica e filosofica segue tre fili di raffronto: eventuali continuità o analogie, ovvi contrasti e scarti, problemi equivalenti perché inerenti la storia e la geografia umane. L’Eneide ha emblematicamente contribuito a creare la consapevolezza culturale che ha portato all’elaborazione di quei principi di rispetto e garanzia, rifiuto della barbarie e buoni costumi, che poi sono stati chiamati “diritti umani”. L’autore rilegge meticolosamente la Dichiarazione Universale mettendo sullo sfondo espressioni e percorsi della cultura greca e romana: un qualche rapporto è evidente, soprattutto nel rifiutare l’attributo umano per violenza, brutalità, efferatezza, e nel connettere giustizia a cultura ed educazione. Così come emergono divergenze e opposizioni, innanzitutto rispetto all’effettiva eguaglianza fra tutti gli umani: per i greci gli stranieri tendevano a essere in sostanza “barbari” (balbettanti), ridicoli e inferiori, una posizione in certo senso egemone anche fra i romani (pur con vari necessari distinguo). Oltre all’ineguaglianza delle donne, la questione cruciale era la schiavitù, pratica che faceva strutturalmente parte della società e dell’economia, legittimata per innumerevoli secoli da filosofi ed ecclesiastici. Il terzo filone è quello più stimolante, le categorie, i miti, i termini e i modi di pensiero interni alla cultura classica che richiamano a loro modo principi poi contenuti nella Dichiarazione del 1948: l’individuazione di doveri e obblighi umani, per quanto iscritti in un orizzonte di carattere religioso, in particolare il sostegno operativo a erranti, fuggitivi e migranti (e qui si rinvia all’articolo 13). Il filologo usa continue competenti citazioni dei grandi autori ed evidenzia specificità e contrapposizioni: Seneca e l’umanesimo stoico si spinsero certo molto avanti verso una visione di cosmopolitismo, non ponevano limiti alla generosità interumana, ma fu il commediografo Terenzio che scrisse (da cui il titolo): “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”; “Sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo”. Nessuno è figlio di una “propria” terra, ogni fondazione è un rimescolamento: i romani credevano davvero nella virtù della mescolanza, la sperimentarono e propugnarono. Loro.

 


 

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