Horcynus Orca

4 ottobre 1943. È quasi il tramonto quando il giovane Andrea – in siciliano ‘Ndrja – Cambrìa, ex nocchiero semplice della Regia Marina che ha disertato dopo l’8 settembre, giunge “sui mari dello scill’e cariddi”, sulla spiaggia di Praia a Mare. Ha camminato per quattro giorni, partendo da Napoli e seguendo la costa prima campana, poi lucana e infine calabra e ora comincia a chiedersi come farà a passare lo Stretto. Dietro di lui camminano a fatica altri quattro soldati siciliani sbandati e laceri, che da due giorni hanno preso a seguirlo. Sia ‘Ndrja che i suoi compagni fanno affidamento sulle femminote, le donne che commerciano di contrabbando nel tratto di mare tra Calabria e Sicilia, perché gli angloamericani hanno distrutto tutte le navi e i traghetti e non c’è altro modo di passare. ‘Ndrja non sa “quali parole e argomenti di persuasione trovare, e che promettergli, che inventargli, a quelle scabrose femmine, per farsi pigliare in barca, se barca c’era, se corrispondeva al sentitodire”. Il giorno successivo, “un’ora o due dopo mezzogiorno”, in una fiumara secca, sabbiosa e pietrosa vicino ad un ponte fatto saltare dai tedeschi in ritirata, i soldati incontrano queste famose femminote. Anzi sono le donne, nascoste in un boschetto di bergamotti e aranci, che attirano la loro attenzione apostrofando ‘Ndrja. Soprattutto una donna di mezza età, ancora bella e con la grinta del capo, “gli occhi di piratessa, mezzi chiusi e terribili, le rughe che gli tagliuzzavano la faccia in forma di due mezzelune, fra gli zigomi e la bocca, e che non tanto parevano opera di vecchiaia, quanto cicatrice di qualche vecchio sfregio”. La donna, senza tanti giri di parole, offre a ‘Ndrja i favori sessuali della giovane nuora, la bellissima Cata, che a quanto pare è vittima di un incantesimo sessuale perché lasciata ancora vergine dal marito quando è partito per il fronte…

Il monumentale Horcynus Orca – più di 1000 pagine! – è uno dei libri più importanti del Novecento italiano, anche se non tutti sembrano essersene accorti. Già l’articolata storia editoriale dell’opera basterebbe a sancirne il fascino: Stefano D’Arrigo, critico d’arte e poeta siciliano trapiantato a Roma, iniziò a lavorarci all’inizio degli anni Cinquanta, ma solo nel 1960 ne apparvero due capitoli in anteprima sulla rivista letteraria “Il Menabò”, diretta da Elio Vittorini. La scelta della redazione della rivista di aggiungere al testo di D’Arrigo (ritenuto evidentemente poco comprensibile) un glossario senza nemmeno avvertirlo fece imbestialire l’autore, che non perdonò mai Vittorini per lo sgarbo (anni dopo il fumantino scrittore se la prese tantissimo anche con Giuseppe Pontiggia, editor del libro, per un risvolto da lui ritenuto troppo “tiepido”). Pareva allora imminente la pubblicazione in volume del romanzo, ma il certosino lavoro di scrittura e revisione di D’Arrigo continuò per ben quindici anni, quando Horcynus Orca uscì finalmente per Mondadori. E neanche allora lo scrittore si reputò soddisfatto, perché continuò il labor limae fino al 2003, quando fu pubblicata questa versione riveduta e corretta. C’è un po’ di mistero, nel titolo del romanzo: il nome scientifico del noto mammifero marino a cui fa riferimento è Orcinus Orca, senza H né Y. Non esistono spiegazioni ufficiali su questa scelta: per alcuni critici la H è un riferimento alchemico, per altri allude alla formula dell’acqua, quanto alla Y c’è chi la identifica con l’incognita algebrica. Certezza assoluta invece sul fatto che si tratta di una lettura complicata, seppure molto affascinante: e non tanto per il linguaggio, un italiano sicilianizzato che al lettore contemporaneo ricorderà l’Andrea Camilleri del ciclo di Montalbano con la tortuosa finezza di Vincenzo Consolo e il piglio di Giovanni Verga, quanto per il carico simbolico del testo, che racconta un viaggio molto omerico (i richiami sono infiniti, uno per tutti la relazione del protagonista con la “femminota” Ciccina Circè, puttana e maga) e una storia molto melvilliana (non c’è bisogno di sottolineare le similitudini tra la balena Moby Dick e il letale Orcaferone) e lo fa con una struttura narrativa mutuata dal lavoro di James Joyce e traslata in un Sud che pare un film di Roberto Rossellini. I livelli di lettura sono numerosi, la parola è simbolo esoterico, il significato è sempre in discussione, non risolto, ufficioso. Primo Levi scrisse su questo libro: “Poi ti imbatti in Horcynus Orca e tutto salta: è un libro esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco, dilata un gesto in dieci pagine, spesso va studiato e decodificato come un arcaico eppure mi piace, non mi stanco di rileggerlo e ogni volta è nuovo”. Neorealismo magico.



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