Hotel Silence

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Islanda, anni Novanta (forse). Jonas ha quarantanove anni, non tocca una donna da otto anni e cinque mesi e non ricorda più quando è stata l’ultima volta che ha pensato alle nuvole. Nella sua vita ci sono tre donne di nome Gudrun: sua madre, che sa tutto sulle guerre e che vive da tempo in una casa di riposo; la sua ex moglie, rimasta incinta dopo la loro prima volta in un bosco; sua figlia, che ha 26 anni e non è sua figlia biologica, come Gudrun gli ha confessato al momento della separazione. Jonas ha una cassetta degli attrezzi, e sa aggiustare più o meno tutto, ma non la propria vita: decide di porvi fine, ma è così meticoloso che non trova la maniera giusta. Soprattutto, non vuole che sia la figlia a trovare il corpo, ma se sceglie di morire in casa propria sarà inevitabile. Decide perciò di andare a morire lontano, in un paese devastato dai bombardamenti e con le mine antiuomo nei boschi, un paese dove non c’è l’oceano e il mare sembra una piatta e lenta brodaglia. Prenota un biglietto di sola andata e una camera all’Hotel Silence, dove l’elettricità funziona a malapena e l’acqua calda è disponibile solo per un tot di ore al giorno. L’Hotel Silence ne avrebbe davvero bisogno, di una persona che sa aggiustare più o meno tutto...

In principio erano le talee. Alcuni anni fa Auður Ava Ólafsdóttir scrisse un romanzo intitolato Rosa candida, in cui il protagonista abbandona una vita che gli fa paura per rifugiarsi in un monastero e lavorare come giardiniere. Nello zaino, porta con sé le sue preziose talee di rosa. Jonas, qui, compie un percorso simile: non mette in valigia cartine geografiche, né creme solari o vestiti di ricambio. Solo i suoi diari e i suoi attrezzi. Ha per trapano e cacciavite quel sottile feticismo che, se la storia fosse ambientata ai tempi nostri, la maggior parte dei personaggi avrebbe per il proprio smartphone. Il suo attaccamento alla materialità degli oggetti è commovente. Sceglie l’Hotel Silence perché ha letto su Internet di alcune pareti a mosaico, ripara le condutture della doccia per non doversi lavare con l’acqua marrone, aggiusta lo sportello di un armadio perché i suoi pochi oggetti non prendano polvere. Si è dato una settimana per chiudere la propria vita, ma ogni giorno si presenta qualcosa di nuovo da avvitare, tinteggiare, levigare. Non c’è bisogno di perdersi in chissà quali riflessioni auliche sul perché la vita meriti di essere vissuta: qui la vita, semplicemente, accade. Leggendo impariamo un contatto nuovo con la materia, con la bellezza dei piccoli gesti, come avere una sedia con tutte e quattro le gambe o una parete sbiancata dalla muffa. Se mi chiedeste un esempio di letteratura tattile, sarebbe questo.



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