Huê 1968

Huê 1968
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Era la notte fra il 30 e il 31 gennaio, il capodanno del 1968 era ormai alle porte e di lì a poco sarebbe iniziato l’anno della scimmia del calendario vietnamita. Nessuno, né il governo sudvietnamita né l’alto comando delle forze americane in Vietnam, si aspettava una simile offensiva. L’esercito nordvietnamita e i Viet Cong attaccarono in contemporanea ben sessantaquattro capoluoghi di provincia su quarantaquattro, fra cui la stessa Saigon, all’epoca capitale del Vietnam del sud. L’offensiva impiegò una forza d’attacco di circa 84.000 fra uomini e donne (come movimento di liberazione nazionale, i Viet Cong arruolavano anche le donne). Questo evento passò alla storia come l’offensiva del Têt, il capodanno vietnamita, e costituì il vero punto di svolta dell’impegno americano in Vietnam. Da quel momento in poi, la prospettiva americana cambiò bruscamente e si iniziò seriamente a parlare di disimpegno dalla guerra. Huê, l’antica capitale del Vietnam e tutt’oggi fra le più belle mete turistiche del sud est asiatico, venne occupata dai nord vietnamiti innescando una lunga e logorante battaglia casa per casa...

Mark Bowden (classe 1951) conseguiva la sua laurea proprio l’anno successivo alla conclusione della guerra in Vietnam. Il potente esercito americano, che aveva piegato ben due fra i più organizzati e disciplinati eserciti durante la seconda guerra mondiale, ne era uscito inequivocabilmente sconfitto. Sconfitto per giunta da una nazione povera e ancora saldamente ancorata a un sistema agricolo piuttosto arretrato. Tutto ciò non sarebbe stato senza conseguenze per la società americana, l’impatto nel rapporto fra stato e cittadini avrebbe portato in parte al superamento dei vecchi valori maccartisti e a una società molto più critica verso le stesse logiche capitaliste su cui poggiava. Questo, almeno, fino agli anni Ottanta e al boom economico pre-reaganiano che portò l’economia americana a crescere costantemente fino al 2003 e, soprattutto, a ridare alla politica statunitense il ruolo di potenza militare mondiale. Anni in cui Bowden costruisce la sua carriera giornalistica collaborando con il “Philadelphia Inquirer”, il “New Yorker”, “Men’s Journal”, “Sport Illustrated” e “Rolling Stones”, oltre ad insegnare giornalismo e scrittura creativa presso la Loyola University del Mariland. Famoso per essere l’autore di Black Hawk Down (sì, proprio il libro da cui Ridley Scott ha tratto il film basato su una storia rigorosamente vera), Bowden è solito coniugare l’esposizione storica con il racconto delle storie individuali dei veri protagonisti. La storia raccontata da Bowden si compone delle vicende individuali unite in un intreccio indissolubile di punti di vista e esperienze vissute in prima persona. La documentazione e la ricerca presso le fonti accademiche si completa con il lavoro del giornalista, l’indagine effettuata attraverso le interviste dirette ai reduci. Ne nasce qualcosa di meno di un saggio e qualcosa di più di un reportage, un racconto a trecentosessanta gradi di fatti vissuti e inquadrati in un contesto ben preciso e circostanziato. Ecco perché questo libro si legge come un romanzo, ma graffia e incalza come un rapporto scomodo dei servizi segreti.



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