I bambini di Vienna

I bambini di Vienna
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Vienna, 1945. In un inverno freddo e particolarmente nevoso sei ragazzini per sfuggire ai bombardamenti, al gelo pungente e ad occhi indiscreti trovano rifugio in una vecchia cantina di un palazzo completamente distrutto.“Un bel posticino! Quando gli occhi si abituano alla penombra, non sembra una cantina”. Nonostante l’entrata sia bloccata, ancora due finestre si affacciano su quello che un tempo era il cortile interno. Da una di esse, rotta ma coperta da travi inchiodate, gli inquilini di questa sorta di abitazione improvvisata entrano ed escono senza dare nell’occhio; l’altra finestra invece è rimasta intatta, con tanto di vetri. Da questo punto di vista privilegiato i sei osservano il via vai sulla strada: gambe e scarpe anonime che si affrettano, avanti e indietro. Ed è in questa specie di tana, ricoperta di macerie, di travi scheggiate e di rampe di scale rovinate in strada, dove solo l’aria e la luce fioca riescono a penetrare, è qui che i piccoli inquilini si barcamenano per sopravvivere alla fame ma anche e soprattutto ai fantasmi del passato che alcuni di loro si portano sulle spalle dopo la terribile esperienza dei campi di concentramento...

Le opere di Robert Neumann, scrittore, sceneggiatore e critico letterario di successo, sono state vittime del bücherverbrennungen, il rogo di libri nazista, e messe al bando dal Terzo Reich, chiaramente per le origini ebraiche dell’autore che nel 1934 fu costretto a scappare a Londra. É qui che Neumann continuò a scrivere ‒ rigorosamente in lingua inglese ‒ ed è qui che nel 1946 pubblicò I bambini di Vienna, tradotto in tedesco solo un anno prima della morte dell’autore, suicidatosi per mettere fine alle sofferenze causate da una malattia incurabile. Nel microcosmo disegnato da Neumann in tinte scure e con toni cupi conosciamo i sei protagonisti di questa storia, dai quali ci facciamo sin da subito coinvolgere, inevitabilmente angosciati nel seguire le sorti di ognuno di loro. C’è Jid, un ragazzetto yiddish di tredici anni, “basso come se ne avesse dieci, gli occhi spenti come un uomo di trentacinque o cinquantacinque” e vestito “di tutto punto, con una giacca da autista imbottita di pelliccia che addosso a lui sembra una vestaglia, per come gli sta grande”, che sopravvive borseggiando il malcapitato di turno. C’è Curls, ragazzino dall’età indefinibile, con la testa ricoperta di riccioli biondi, che accudisce una piccola bambina malata. Non si sa di preciso cosa abbia la piccina, ma Curls è sicuro che stia per morire (“Sembra che se ne stia andando, guardale la pancia. Lo so dal lager. Si può morire per la pancia raggrinzita o per la pancia gonfia”). C’è Goy, un quattordicenne che continua ostinatamente a crescere nonostante si cibi solo di croste di pane e di bucce di patate, e che è diventato il mago del mercato nero. E poi c’è Ewa, bionda e dal corpo florido di donna, che si guadagna da vivere facendo la prostituta assieme alla sua amica Ate. Solo l’arrivo del reverendo Hosea Washington Smith riesce ad illuminare il volto di questi innocenti, scampati alla guerra ma ancora sofferenti e vittime di un mondo adulto che troppo precocemente li ha costretti a giocare allo stesso gioco dei grandi, a scendere a compromessi ad accettare di essere umiliati ed offesi pur di continuare a vivere. Persino i loro dialoghi ‒ serrati e crudi ‒ testimoniano la lucida rassegnazione con la quale affrontano la vita. E se si rimane muti davanti all’immagine finale della piccola bambina “morta in un carretto, coperta con un giornale”, non si può non sperare in una sorte più benevola per gli altri ragazzini, in un riscatto, in un briciolo di felicità.



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