I beati anni del castigo

I beati anni del castigo
La vita, nel collegio femminile nell’Appenzell, è un fiume lento e monotono dentro argini di giorni uguali, di campanelle che scandiscono inizio e fine di studi e lezioni non troppo amati, di momenti di comunione in un freddo refettorio abitato da lunghi tavoloni neri fra conversazioni che sfarfallano nell’aria priva di calore e l’apertura di lettere da paesi e città lontane che regalano profumi e colori all’immaginazione di giovani educande ignare del mondo. Non vissuto, quel mondo, solo sognato e magnificato da dietro vetri opachi, chiuso dentro piccoli orizzonti. Il tedio delle giornate senza tempo e quasi senza luogo, è rotto di quando in quando dall’arrivo di nuove allieve che portano con loro speranze e illusioni di emozioni che valichino la fantasia e diano spazio al cuore. Un giorno durante il pranzo arriva Frédérique, i capelli diritti come lame, gli occhi severi e fissi, ombrati, la fronte ampia con i pensieri che si possono toccare. Tutte le educande si voltano a guardare la giovane quindicenne le cui sembianze sono quelle di un idolo, sprezzante, senza umanità. Incute rispetto, quella ragazza, e il suo essere al di sopra di tutti e delle cose, inorgoglita, la allontana dalle altre compagne e dal mondo. Eccetto che da lei (il romanzo è scritto in prima persona e l’autrice non fa mai il nome di chi racconta). Lei sola, la protagonista, si sente attratta da quella strana creatura misteriosa e fiera, da una amitié amoureuse (come dicono i francesi), che non è carnalità (non c’è neppure un abbraccio tra le due giovani) ma qualcosa di più forte, un senso di possesso della mente e dello spirito che la tiene unita da un filo invisibile. Un amore tuttavia inconfessato, che spera ingelosito dalla frequentazione di altre compagne: Marion, la più avvenente tra le tante ma non così bella ed elegante come Frédérique, la negretta figlia di un Capo di Stato africano ricevuta e riverita con tutti gli onori, Micheline e il suo amato daddy che corteggia e fa innamorare tutte le ragazze. Frédérique impassibile guarda da lontano; la vita, le emozioni, le cose le scivolano addosso come gocce di pioggia sulla pelle, senza lasciare traccia. Perfino la morte del padre, inattesa, sembra non toccarla e quell’improvvisa partenza dal collegio, la richiesta di lettere da parte di chi l’ha amata piombano sul silenzio. Poi un incontro fortuito, molti anni dopo, strapperà il velo sulla personalità di Frédérique…
Lacerante, come una lama avvolta nel velluto, questo romanzo di Fleur Jaeggy nel quale le parole pesano come pietre sul cuore del lettore abbracciato in una atmosfera di completa estraneità alla vita. Sono gli ambienti, freddi a volte sepolcrali, sono descrizioni di petali – petali malati, da fossa che evaporano come polvere - racchiusi nelle pagine di un libro che non verrà mai più aperto, sono musiche di balli da debuttanti fatui, quelli su cui gli occhi si soffermano, su cui l’anima si arresta aspettando che nasca un sentimento. Vana attesa. Non c’è calore di un abbraccio a riscaldare una speranza immota coltivata nell’intimo, non c’è bagliore dentro agli sguardi fuggevoli, non c’è l’afflato di un battito che si dissecca in un istante, senza lasciare nemmeno una scia di polvere. Non ci sono parole a ricamare un sentimento su lettere insulse di cose vane senza passato né futuro, parole che si perdono in inchiostri incolori e biglietti strappati volteggianti nell’aria come coriandoli sbiaditi, in lettere di inappagata attesa. Silenzi scendono sul cuore: “Cercavo la solitudine e forse l’assoluto, confessa la protagonista. Ma invidiavo il mondo.” Un mondo ed un assoluto così fragili ed imperfetti, baciati da una luce esausta che incide solo la superficie delle cose e svela l’indolenza senza fervore di corpi di stoffa. Protagonisti che, come automi, si aggirano tra le stanze di un collegio; stoffa vuota in attesa che la mano di un burattinaio soffi un respiro sulla loro vita. Silenzi di voci inascoltate che urlano il loro malessere, silenzi di follia che fanno sentire vivida, distinta e reale solo la voce dei morti. Buia quella ricerca di assoluto lungo sentieri dove i passi si perdono in inconsistenti miraggi. Buia quella luce che avvolge il giorno e che deride il gioco beffardo del fuoco appiccato da Frédérique, epitaffio alla vita. Storia di immobilità, di estraneità, di emozioni appassite, di un collegio – il “beato castigo”, pieno di una esaltazione, leggera ma costante entro cui scorrono nonostante tutto gli anni più felici -, che si perde e si fonde nei confini di una indistinta memoria. Un collegio, il Bausler Institut, dimenticato, sepolto, stele di un tempo forse soltanto immaginato e mai vissuto, senza più un nome. Divenuto ora clinica per ciechi. Occhi chiusi: buio sul mondo, sulla realtà, su di sé. Buio dell’anima. Vano peregrinare. Amaro castigo.

 

 

 
 
 
 
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