I Buddenbrook

I Buddenbrook
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Ogni due settimane, al giovedì sera, i Buddenbrook si riuniscono per la rituale riunione famigliare. Ma quel giovedì di metà ottobre del 1835 è un’occasione particolare, si inaugura la casa da poco acquistata nella Mengstrasse. Essa rappresenta l’orgoglio e l’apogeo del settantenne Johann che insieme al figlio, il console che porta il suo stesso nome, dirige la ditta di granaglie fondata nel 1768. I Buddenbrook sono tra i commercianti più in vista e stimati della ricca borghesia di Lubecca. Due sono i principi imprescindibili della loro etica: il decoro e gli affari, che li portano ad identificare la famiglia con la ditta, come se fossero un corpo unico. Il lavoro è finalizzato ad incrementare il capitale dell’azienda e a tenere alto il tenore di vita, conformemente alle norme dell’ortodossia borghese. Ogni infrazione a tale sistema di valori è giudicata una sventura. Se ne accorge il console quando, dopo la morte del padre, eredita la conduzione dell’impresa mercantile. Nonostante ogni mattina si affidi a Dio nella speranza che lo aiuti a realizzare ottimi guadagni, deve lottare duramente per limitare le perdite del patrimonio famigliare, minacciato da avversità incresciose come il non previsto divorzio dell’amata figlia Tony. Sono questi anni difficili, in cui il buon nome dei Buddenbrook sembra non riscuotere più il consenso di un tempo. A riportare la famiglia agli splendori del passato sarà Thomas, il primogenito del console Johann. Dotato di una visione moderna dei meccanismi economici, riesce in breve tempo a far risalire la china alla ditta. Il suo successo è decretato anche dal matrimonio con l’affascinante Gerda e dalla prestigiosa nomina a senatore. Ma i guai non finiscono mai, alle soddisfazioni subentrano le difficoltà: il dover mantenere lo squattrinato fratello Christian, il secondo divorzio di Atonie, la morte della sorella Klara, la cagionevole salute del figlio Hanno. Thomas finisce per non essere più se stesso, si sente debole, teme di essere diventato un “languido sognatore”…
Alla sua uscita nel 1901 I Buddenbrook causò scalpore tra i lettori lubecchesi. Non solo perché diversi personaggi corrispondevano perfettamente a persone reali molto conosciute in città, alimentando curiosità e pettegolezzi, ma soprattutto per il fatto che Thomas Mann ebbe l’impudenza di mettere in discussione la morale  sociale dell’aristocrazia mercantile. Il far dire a Christian che “ogni commerciante è un imbroglione” sa di eresia per un mondo che ha fatto dell’ortodossia degli affari un incontestabile modello di vita. A Mann non sfugge la crisi identitaria della borghesia, anzi ne fa il fulcro del suo romanzo. Che sia ormai una classe in decadenza è dimostrato dalla scelta strutturale di rappresentarla quasi esclusivamente negli interni. Poche sono le descrizioni esterne. Il prevalere degli spazi chiusi trasmette un’idea di immobilità,  asfissia, di mancanza di vita, che si riflette sui protagonisti. Non a caso Italo Svevo ne La coscienza di Zeno sottolinea che la salvezza del borghese sta nella “mobilità”, la disponibilità ai cambiamenti ed alle trasformazioni. Ne I Buddenbrook domina invece un ordine etico-sociale fisso e fermo, a cui tutti devono attenersi, soffocando impulsi ed aspirazioni. È quel che succede a Tony e a Thomas, costretti a reprimere i propri sentimenti d’amore per un rigido classismo, perché sono “anelli di una catena” – come dice il padre – che non ammette colpi di testa, solo una passiva accettazione delle regole di famiglia. Non tutti però sono dei perfetti campioni borghesi come il vecchio Johann, vi sono i Thomas e gli Hanno che non hanno il suo coraggio, al contrario si consumano tra sofferenze e debolezze. Un profondo malessere interiore li porta a perdere sicurezza, uno dei dogmi assoluti dell’essere borghese. La malattia, l’attrazione per la morte, topoi classici dell’estetica decadente, rivelano nel romanzo le contraddizioni di una classe che ha perso la fiducia in se stessa e vede vacillare la fede nelle verità in cui ha sempre creduto. Mann si mostra, seppur ancora giovane (all’uscita de I Buddenbrook aveva solo ventisei anni), un grande scrittore in grado di alternare i moduli del romanzo realistico ottocentesco a quelli di impostazione psicologica che cominciano ad affermarsi verso la fine dell’800. La struttura narrativa della saga famigliare e l’uso del discorso indiretto libero nei personaggi più complessi sono due esempi della sua completezza e versatilità letteraria. La capacità di lanciare lo sguardo nella modernità, sapendo variare e dosare codici formali diversi, lo rendono uno dei più significativi ed innovativi autori della letteratura contemporanea.


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