I buoni

I buoni
La giovane Azalea passa dall'inferno (fatto di violenza e povertà quotidiana) al paradiso (delle opportunità economiche e carrieristiche). Dai bui cunicoli di Bucarest abitati dai ragazzini che si stordiscono con la colla alle nobili attività di solidarietà sociale di un'importante organizzazione della Torino post-olimpiadi invernali del 2006. Grazie all’accompagnamento di due operatori e attivisti che prendono a cuore la sua causa e riescono a inserirla nel cerchio magico del grande capo Don Silvano, il salvatore di anime munito di scorta a causa dello storico impegno contro la criminalità organizzata. Eppure l’ingresso nel mondo dei “buoni” nasconde diverse trappole. Per rimanere attaccata alla corda di Don Silvano, Aza dovrà sbattere contro le ambivalenze, l’ipocrisia, la spregiudicatezza dei leader e i loro narcisismi, il cinismo, il rampantismo, i sotterfugi del nuovo mondo di cui è entrata a far parte...
Il romanzo e la storia che racconta servono all’autore, il giornalista Luca Rastello, a lanciare una critica feroce all’agire sociale organizzato, specie ai suoi attori più in vista. In queste pagine viene messo in luce tutto ciò che, secondo Rastello, è solitamente nascosto dalla retorica del bene e del buono, dalla santificazione di alcuni operatori e attivisti ai proclami e alle promesse roboanti, dalle partnership istituzionali al marketing e alla comunicazione di stampo commerciale. La critica è estendibile all’intero ambiente non profit, terzo settore, volontario organizzato, secondo l’etichetta che si preferisce usare: l’adesione a una visione mercantilistica della società e la privatizzazione del sociale condurrebbero inevitabilmente all’adozione di forme di concorrenza proprie del mercato capitalistico (neoliberista) da parte delle stesse organizzazioni di solidarietà che, per contendersi la spartizione delle scarse risorse in campo, si concedono alla precarizzazione contrattuale dei propri lavoratori, al propangandismo marchettaro, al personalismo comunicativo, alla dipendenza dai centri di potere, alla politicizzazione, tanto che si rischia che la comunicazione diventi più importante del fare.

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