Per i buoni sentimenti rivolgetevi altrove

Bologna. Interno giorno. Seduto in quel bar sotto il portico al riparo dal gelido vento che sferza la città, nonostante sia già passata più di mezz’ora, Lucio ci spera ancora. Continua imperterrito e impaziente a fissare smanioso l’entrata del locale in attesa di vederla varcare dalla misteriosa donna che ha incrociato per caso la settimana prima, mentre pranzava in quel localino del centro. Era stata lei, fasciata da quel paio di magnifici jeans e dal suo charme a chiedergli di sedersi al suo tavolo, chiacchierando poi con lui come fossero amici di vecchia data, fino a che nel locale non era piombato quell’uomo a trascinarla via, non prima però di averle permesso di lanciargli quel furtivo appuntamento. Ed ora eccolo lì, pronto per quel nuovo appuntamento col suo destino. Poi, quando sta già disperando ecco che finalmente la porta si spalanca e Lucio la vede, ma non fa in tempo a rallegrarsene che subito alle sue spalle rispunta il gorilla dell’altra volta, che la incalza con domande inquisitorie e modi bruschi. Lei dopo un po’ sembra riuscire a placarlo, poi approfittando di una sua breve assenza riesce ad avvicinare Lucio dicendogli che non le è stato possibile smarcarsi da suo marito, che lui la segue ovunque asfissiandola ma che se vuole si possono vedere finalmente in tranquillità nella sua casa di Cattolica. Poi, dopo aver ovviamente strappato il consenso di Lucio, viene trascinata fuori dal locale dal consorte. Poco dopo Lucio, basito ma inebriato da quell’ennesima avventura in fieri, mentre è alla guida del suo fidato furgone Broncospasmo viene però bruscamente riportato alla realtà dalla telefonata di quell’arpia di sua moglie. Già, Guendalina: la sua condanna a morte. Despota in casa come sul lavoro, l’ha prestissimo relegato a ruolo di schiavo nella ditta del padre. Ma lui pazientemente ha saputo sopportare e aspettare l’occasione buona. Dopo aver scoperto infatti la tresca dell’arpia addirittura con l’avvocato della ditta, Lucio è passato al contrattacco costruendosi una sua personale bolla d’aria all’interno della quale sopravvivere. Truccando e gonfiando le vendite e subappaltando praticamente il suo lavoro a due suoi rappresentanti, si è creato non solo un mini impero, un’azienda dentro l’azienda di fiori della moglie, ma soprattutto ha potuto ritagliarsi a piacimento tutto il tempo libero per le sue frequenti scappatelle. Così è anche questa volta, ma forse ora c’è addirittura qualcosa di più. Non resta che scoprirlo fiondandosi a quell’appuntamento…

Classe ‘68, tassista per diciassette anni e ora docente di scrittura a tempo pieno, Roberto Carboni dopo essere diventato – grazie a numerosi riconoscimenti e una decina di romanzi – una garanzia nel mondo del noir italiano, torna a riproporre in questa nuova veste questo suo vecchio romanzo a distanza di anni. Uno spietato affresco di ordinaria disumanità, un nerissimo teatrino di anime perse tra tradimenti, solitudini, ripicche, che provano senza riuscirci a far quadrare i conti della propria misera esistenza. Così il fioraio Lucio, uomo mite e oppresso da una consorte sanguisuga, prova a dar colore alla sua vita con qualche scappatella che gli ravvivi le giornate. Ma quando incontra la femme fatale però qualcosa va storto e un innocuo incontro galante si trasforma presto in un dramma esistenziale enormemente più grande di lui. Inizierà così un calvario on the road per la via Emilia, braccato, a bordo del suo scassato e fidato furgone Broncospasmo, alla ricerca della donna che lo ha inguaiato, seguendo piste improbabili, guai e disavventure che sembrano non mollarlo mai. L’unica consolazione gli affetti mai perduti e se stesso, da ritrovare in fondo a quella adrenalinica e spasmodica discesa agli inferi dove davvero di buoni sentimenti non sembra proprio esserci nemmeno l’ombra.



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