I cento giorni del Duca

I cento giorni del Duca

Milano, chiesa di Santa Maria delle Grazie, marzo 1497. Ludovico Sforza rabbrividisce nel suo mantello nero e consumato camminando avanti e indietro e parlottando fra sé quasi in preda al delirio. Non ha ancora smesso il lutto: veste un vecchio abito penitenziale, la testa completamente rasata dalla quale ricrescono incolti bianchi capelli. In neanche un mese e mezzo ha dovuto seppellire sua moglie Beatrice – morta dissanguata di parto a soli ventuno anni – e la figlia Bianca, forse avvelenata. E come se non bastassero i lutti, le notizie che gli giungono da fuori Milano non sono tra le più rassicuranti: Gian Jacopo Trivulzio, suo vecchio amico e forse il più valoroso fra i suoi condottieri, dopo il tradimento sta incalzando il nuovo re di Francia affinché marci su Milano. È inquieto il Moro, sa che la ruota della Fortuna sta per girare in maniera a lui avversa. Ma cosa recriminare? Stupirsi di un tradimento quando egli stesso non è mai stato sincero neanche nella manifestazione del suo dolore?“Se per settimane aveva digiunato, fatto donazioni pubbliche, ordinato preghiere, era sempre stato consapevole della recita […] Ludovico sapeva bene di aver cercato sempre e solo, ansiosamente, la propria salvezza, con la religione o con la superstizione, con le preghiere, i voti, i responsi degli astrologi e i prodigi degli amuleti. Non aveva amato altro se non il potere e non era mai stato amato se non per quello”. Ormai Ludovico farebbe qualsiasi cosa per rimanere avvinghiato al potere; il denaro gli serve come l’aria che respira: per pagare e per corrompere, ancora così sicuro che la diplomazia “ o meglio gli inganni, per quanto tardivi, per quanto spudorati” possano salvarlo dallo scendere in campo contro i Francesi. Trascorre le notti con l’amante o a discutere con gli astrologi su quale sia il momento più propizio per inviare emissari in ogni parte della terra emersa. “Altro che Dio” pensa il genero che attende Ludovico all’interno del castello di Novara “Il Duca di Milano avrebbe stretto accordi con Belzebù in persona, se questi fosse stato ancora disposto a dargli credito”...

Nata a Milano, novarese di adozione, Laura Malinverni è appassionata di astrologia (tiene conferenze e collabora con riviste specializzate) e del Rinascimento italiano in modo particolare del periodo sforzesco nel quale ha ambientato anche i romanzi Il ramo di biancospino e La tigre e l’ermellino. Collabora con varie riviste e siti web di medievalistica e storia rinascimentale, e cura un blog interessantissimo in cui scrive di storia della cucina e in cui si possono scoprire i segreti delle frittelle di riso rinascimentali come le curiose ricette di cosmetica di Caterina Sforza. Ne I cento giorni del Duca, la Malinverni affronta gli ultimi giorni di Ludovico il Moro che termineranno con l’arresto il 10 aprile 1500 a Novara, dopo un breve assedio, per opera dei mercenari svizzeri che consegneranno il Duca nelle mani dei Francesi di Luigi XII. È l’ultima parte della vita di un personaggio molto controverso, sul quale pendono giudizi per lo più non lusinghieri ma che ha avuto comunque il merito di aver portato a corte artisti ed intellettuali del calibro di Leonardo e di Bramante e di aver fatto conoscere a Milano una vera e propria età dell’oro. Il Moro della Malinverni è cupo, ostaggio degli astrologi che interroga prima di prendere qualsiasi decisione importante, pensieroso, pieno di paure e segnato da qualche rimorso che si manifestano frequentemente con incubi dai quali si risveglia incapace sul momento di riconoscere la realtà dal sogno. La ruota della Fortuna per il Duca di Milano gira velocemente verso la caduta definitiva e ‒ con i Francesi alle porte capitanati dal milanese ed ex amico Gian Jacopo Trivulzio ‒ è tempo per Ludovico di fare un bilancio della propria vita. Di come ha ottenuto l’investitura (quartogenito in linea di successione, acquistò letteralmente la carica di Duca di Milano offrendo la nipote Bianca Maria in sposa all’imperatore Massimiliano con una dote strabiliante di cinquecentomila ducati) e di come stranamente quelli che erano i legittimi eredi di Francesco Sforza (Galeazzo Maria e Gian Galeazzo Maria) sono morti: il primo assassinato, il secondo quasi sicuramente avvelenato. Uno stile ricercato, colto e denso di descrizioni fa da collante a questo lungo racconto, dettagliato, ricchissimo di riferimenti storici abilmente intrecciati alla finzione narrativa e di personaggi finemente caratterizzati: dall’ambiziosa Isabella di Aragona, moglie di Gian Galeazzo Sforza, a Cecilia Gallerani, amante del Duca e splendidamente ritratta da Leonardo ne La dama con l’ermellino. Da Gian Jacopo Trivulzio, cresciuto alla corte di Francesco Sforza e che entra a Milano alla testa dell’esercito francese vendicandosi così del torto subito da Il Moro a Lucrezia Crivelli, amante del Duca, che dopo il 1500 troverà accoglienza a Mantova sotto la protezione di Isabella d’Este. Su tutti, la Fortuna che travolge la Storia come i destini personali, che regola le lotte di potere e che quanto più velocemente ci porta nel suo punto più alto, altrettanto rovinosamente ed improvvisamente ci fa cadere.

LEGGI L’INTERVISTA A LAURA MALINVERNI



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER