I coccodrilli di Yamoussoukro

I coccodrilli di Yamoussoukro

Quasi ventitreenne Vidiadhar Surajprasad Naipaul, “in un ufficio della BBC di Londra, su una vecchia macchina da scrivere della BBC e su un foglio liscio antifruscio per copioni della BBC” scrive la prima frase di quello che sarà il suo primo libro pubblicabile. Si è trasferito a Londra dopo aver lasciato Oxford e – mentre prima aveva potuto contare su una borsa di studio del governo di Trinidad – adesso a Londra sbarca il lunario e le uniche risorse disponibili sono le otto ghinee lorde alla settimana provenienti dal BBC Caribbean Service. Un freelance, espressione che all’epoca non gli dava l’idea “né di libertà, né di valore, ma solo di gente ai margini di una potente impresa, una classe di depressi e di postulanti”. Avrebbe dato qualsiasi cosa pur di far parte dell’organico... Yamoussoukro è un posto meraviglioso immerso nelle foreste pluviali della Costa d’Avorio, una vera e propria perla dell’Africa Nera. “Un tempo era un villaggio, simile forse ad altri villaggi dell’Africa Occidentale sparsi nel bush, dove le capanne di zolle d’erba durano solo un paio d'anni”. L’autorità morale e spirituale di cui gode il vecchio capo tribale non è mai venuta meno. Ha ricevuto un’istruzione francese e, dopo l’indipendenza del 1960, è diventato il capo della Costa d’Avorio facendone un paese rigoglioso, sfruttando esclusivamente le risorse dei campi e delle foreste tropicali. La capitale Abidjan è diventata uno dei porti più grandi dell’Africa Occidentale e “centocinquanta miglia all’interno, al termine di una autostrada che farebbe la sua figura anche in Francia, Yamoussoukro, il villaggio degli avi del presidente, ha subito una profonda trasformazione”. L’intero villaggio è infatti stato fagocitato dalla tenuta presidenziale e tutto è circondato da mura altissime che proteggono anche il lussuoso palazzo del presidente. Accanto, nel lago artificiale, vivono testuggini e feroci coccodrilli...

I due lunghi racconti che compongono I coccodrilli di Yamoussoukro sono testi autobiografici scritti nell’arco di circa due anni. Entrambi, come Naipaul stesso specifica nell’introduzione, riguardano principalmente il processo della scrittura. In Prologo a un’autobiografia conosciamo lo scrittore agli esordi letterari dei primi anni Settanta trascorsi in un ufficio della BBC, dove nel “buio vittoriano-edoardiano” un pomeriggio davanti alla macchina da scrivere inizia una frase che contiene il nome di Bogart, amico e vago ricordo dei tempi di gioventù. Ma i tentativi di scrittura inevitabilmente si arenano di fronte alla difficoltà di trovare una storia, o meglio “il centro di una storia” (ossessione ricorrente di Naipaul). Lo scrittore riprenderà in mano quegli appunti solo anni più tardi quando partirà alla volta del Venezuela sulle tracce di Bogart in modo da ricostruirne gli spostamenti e il vissuto, trovando così il “centro” di quella storia e mostrandoci ancora una volta come la scrittura sia molto simile ad un viaggio: una progressiva rivelazione (“Arrivare in un posto senza conoscere nessuno, a volte senza presentazioni; imparare a muoversi fra estranei per il breve tempo in cui si può rimanere con loro; essere sempre pronti all’avventura o alla rivelazione, lasciarsi trascinare, fino a un certo punto, dal caso; seguire consciamente altri impulsi: tutto ciò poteva essere un processo creativo e fantasioso quanto la scrittura che ne sarebbe seguita”). Nel secondo racconto, Naipaul non è più un giovane esordiente e racconta di un viaggio in Costa d’Avorio, uno di quei pochi paesi africani che dopo l’indipendenza ha conseguito un rapido sviluppo. Qui tra lo sfarzo di una città che vuole a tutti i costi rappresentarsi come simbolo di quella modernità che presto tutta l’Africa conquisterà, tra la presenza di antichi riti per cui il guardiano-sacerdote del palazzo presidenziale getta polli vivi nelle fauci dei terribili coccodrilli, Naipaul incontra altri personaggi malinconici come lui, senza patria, un po’ fuori posto (“[...]non erano dissimili da me. Anch’esse cercavano di mettere ordine nel proprio mondo ed erano anch’esse alla ricerca del centro […] Andrè, Arlette, il giovane Busby: l’Africa li aveva chiamati tutti, e ognuno di loro aveva la propria Africa”). Sullo sfondo l’Africa-africana che Naipaul descrive splendidamente.



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