I colori dell’incendio

I colori dell’incendio
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Boulevard de Courcelles è stata chiusa al traffico, le automobili stanno scaricando nel cortile di casa Péricourt ministri, ambasciatori, delegazioni dei governi stranieri, generali in alta uniforme. E si attende l’arrivo del Presidente della Repubblica, che sarà presente di persona alle esequie del caro amico: la liturgia accuratamente preparata, segue, o dovrebbe seguire, protocolli rigidissimi. Madeleine, unica figlia di Marcel dopo il suicidio del fratello, sovrintende a tutto conscia del suo ruolo, aspetta in silenzio di aprire il corteo funebre. Una cerimonia che forse non dà l’addio solo ad un grande finanziere, ma ad un’epoca. Il futuro è molto incerto in quel 1927, come un cielo che minaccia temporali, anche se ancora non è chiaro cosa porteranno quelle nubi scure. Il silenzio composto di Madeleine nasconde oltre al dolore anche delle domande: ha rifiutato la proposta del padre di sposarsi con Gustave Joubert, un matrimonio di convenienza, studiato a tavolino, perché la gestione di una banca non è cosa semplice senza le dovute competenze, e ancor più per una donna. Eppure Gustave è piacevole, l’età è quella giusta è il procuratore della banca ed era pronto ad accettare di diventare il marito di una divorziata e prendersi cura di Paul, il figlio di sette anni della donna. Il cerimoniale prevede che dietro il feretro ci siano Madeleine con il piccolo, ma Paul non c’è. Improvvisamente, tutti gli sguardi si spostano dal carro funebre ad una finestra del secondo piano. Il bambino, con le braccia spalancate è lì e prima che chiunque possa anche solo pronunciare il suo nome, si lancia nel vuoto e cade sulla bara del nonno…

L’inizio del romanzo è spiazzante e feroce ‒ mi ha ricordato certe scene dei Monty Phyton, che strappano un sorriso per l’incredibilità dell’immagine ‒ ma in poche righe la drammaticità del racconto prende il sopravvento. È il trend che caratterizza tutte le circa 500 pagine del romanzo, le descrizioni che Lemaitre fa dei personaggi: definirle feroci sarebbe un eufemismo. Sviscera le meschinità di tutti strappando i veli dell’apparenza, mostra senza pietà i sentimenti più oscuri e nascosti di tutti. Questo ci confonde le idee e se i cattivi sono cattivi, anche i buoni (che in genere poi sono sempre le vittime), svelano insospettabili capacità di reazione che ribaltano la nostra iniziale percezione. Considerato un maestro del noir (nomen omen), e a buon ragione peraltro, conclusa la quadrilogia di Camille Verhoeven, nel 2013 Lemaitre ha pubblicato Ci rivediamo lassù, il primo romanzo che vede protagonista la famiglia Péricourt. Ma se per apprezzare a pieno le vicende di Verhoven era consigliabile aver letto i libri precedenti, questo non accade con la saga dei Péricourt, non è necessario. Un autore che racconta storie di uomini puntando i riflettori sulle donne, non ce n’è una che sia ordinaria, sono figure tragiche comiche perfide infide amorevoli a volte addirittura caricaturali, ma splendide nella loro unicità. Un autore da leggere qualunque sia il genere preferito, perché i grandi romanzi non hanno etichette.



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