I delitti dell’oro cinese

I delitti dell’oro cinese

Nella Cina imperiale la giustizia è amministrata da un giudice o magistrato, che si occupa di tutta la provincia di assegnazione, con vari funzionari al suo servizio. Il giovane magistrato Dee Je diijeh ha chiesto e ottenuto come primo incarico di esercitare a Peng Lai, nel distretto dello Shantung. Il magistrato in carica prima di lui è stato assassinato e l’incaricato delle indagini è sparito. Nonostante le vibranti proteste degli amici che lo esortano a rimanere nella capitale, il giudice si mette in viaggio con la sola compagnia di Hoong Liang, servitore storico della famiglia, che si occupa di lui fin da quando Dee era un bambino: la famiglia li raggiungerà dopo qualche tempo con le cose di casa. Lungo il cammino, i due si imbattono in un paio di briganti, Ma Joong e Chiao Tai, uno di loro durante lo scontro riconosce l’arma usata dal giudice: è la mitica famosissima Spada del Drago della Pioggia – un’arma alla cui creazione è legata una triste leggenda. Lo scontro è interrotto dall’arrivo delle guardie che però il giudice liquida dichiarando le sue generalità e sostenendo che stavano solo facendo un po’ di allenamento. I due briganti a quel punto, sostenendo che in realtà non sono ladri ma “guardiani” dei boschi, si offrono al magistrato come scorta, guardie del corpo e perché no indispensabili elementi per un giudice che si appronta a scoprire un feroce assassino. A dispetto della logica, il magistrato decide di portarli con sé…

Un romanzo strano, indubbiamente godibile, scritto molto bene ma che lascia qualche perplessità, probabilmente a causa della distanza siderale nel tempo e nello spazio della vicenda. Le soluzioni possibili sono due: abbandonarsi senza pensare alla storia o abbandonare il libro per sovraffollamento di domande. Il periodo in cui si svolge il giallo è fra 1600 e 1700, periodo in cui regnava la dinastia Tang, e non conoscere minimamente gli usi e le consuetudini cinesi dell’epoca ‒ fermandosi naturalmente a riflettere su eventuali analogie e differenze con il mondo che conosciamo – distrae, o perlomeno ha distratto me, dal seguire la detective line che in realtà è molto buona. L’autore, morto nel 1967, parlava perfettamente – così ci dicono le cronache – il giapponese, il cinese e il sanscrito, è stato diplomatico per lunghi anni in Oriente. Cresciuto a Giava, era sposato con una nobile ragazza mandarina e si è appassionato a tal punto da andare a cercare e studiare antichi testi di criminologia, trasformando un magistrato realmente esistito in un brillante investigatore di notevoli doti, protagonista di un lungo ciclo di romanzi. Ottimo per chi ama le complesse dinamiche orientali, un po’ meno per chi quando legge un giallo deve sentire di avere il controllo della situazione, pena la distrazione. Forse sarebbe stata una buona idea se il postscriptum ‒ in cui viene dato un quadro storico che aiuta molto il lettore ‒ fosse stato usato come prefazione.



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