I demoni del deserto

I demoni del deserto
Agha Soltani, insegnante iraniano prossimo alla pensione, sta superando il dolore per la perdita improvvisa della sua amata sposa e si prepara a trascorrere una vecchiaia tranquilla vicino ai figli, quando il terremoto sconvolge la sua vita. Dal deserto che circonda la città in cui vive si alza un Bad-e-margh, un vento di morte, e in pochi secondi il terremoto distrugge Bam. Tutte le case crollano, compresa quella che Soltani aveva costruito tanti anni prima e dove alloggiava tutta la sua famiglia: l’unica sopravvissuta è la nipote Hakimè, che era all’hammam con sua madre e l’ha vista morire davanti ai suoi occhi. Il borgo è completamente raso al suolo, così l’anziano conduce la bambina lontano, sulla strada per il mare, portando con sé solo i pochi risparmi e il troppo dolore, nel tentativo di ricostruire un’esistenza diversa da un’altra parte. Ma il viaggio non sarà semplice: Hakimè è sempre stata una ragazzina particolare, timida e chiusa in se stessa, e dopo il trauma che ha subito non riesce più a parlare, ripetendo solo la parola sangue. La sua bellezza fuori dagli schemi è il problema più grande: con i suoi grandi occhi verdi attira le intenzioni malvagie di una banda che rapisce le vergini per rivenderle a ricchi pervertiti. Quando Hakimè sparisce, suo nonno si rifiuta di perdere la speranza e si mette sulle sue tracce, in una caccia disperata che lo porterà nei meandri più oscuri del suo paese…
Con uno stile semplice, minimale al limite della piattezza, Bijan Zarmandili ci porta in un mondo a noi contemporaneo ma che ci appare subito arcaico, cristallizzato nel tempo, proprio come l’antica città di Bam prima che il terremoto la distruggesse. L’Iran ci sembra addormentato profondamente, quasi scivolato in una fiaba, tornato ai tempi della Persia, tra spiritelli del deserto chiamati jinn, bellissime fanciulle prigioniere dell’harem e matrimoni consumati da amanti degni delle Mille e una notte. L’unico che ricorda e che ci parla del passato tentativo di modernizzazione dell’Iran è proprio il più vecchio tra i personaggi, Agha Soltani, a suo tempo studioso e letterato, nonché appassionato di fotografia: eppure anche lui si è rassegnato da molto a quello che è diventata la sua nazione. Anche i “cattivi” del libro non riescono a esserlo fino in fondo, forse proprio perché anche nelle favole il male assoluto non è concepibile. La narrazione perde così un certo spessore: se l’happy ending diventa quasi una rinascita necessaria, lo scarso approfondimento psicologico e l’assenza di un seme autentico di critica e di ribellione al sistema fanno assomigliare il romanzo a un quadro un po’ demodé. 

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