I diari della Kolyma

I diari della Kolyma
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Ediij Dora si alza e indica qualcosa all’interprete, che le passa un pezzo di carta in cui lei sputa il catarro verde: dopo un’ora di colloquio il cartoccio è pieno. La sciamana Dora anticipa le domande di Jacek: no, non è malata, il contenuto dell’incarto l’ha raccolto da lui per liberarlo da ogni sua bruttura e anche per ripulire chiunque leggerà il libro, che deve essere scritto nel modo più semplice con poche cose su ogni avvenimento e persona incontrata, tanto Jacek stesso capirà poco di quello che scoprirà. Jacek parte, vuole percorrere l’unica strada che parte da Magadan, capitale della Kolyma, la percorre tutta: 2.025 chilometri e l’unico modo di viaggiare è con l’autostop. I vecchi dicono che quella strada è il più lungo cimitero del mondo, si stima che più di un milione di vite umane sono state sterminate nei centosessanta campi di concentramento, persone considerate nemiche dai bolscevichi. Jacek vuole incontrare gli ultimi rimasti in vita che hanno scelto di rimanere nella Kolyma per ascoltare i loro racconti, per capire come hanno fatto a vivere, come riescono a amare, a piangere, a gridare di gioia, come setacciano la terra alla ricerca dell’oro, come pregano se pregano, come cuociono il pane…

Jacek Hugo-Bader, vincitore dell’English Pen Award, con questo I diari della kolyma racconta il suo viaggio memorabile nelle regioni più remote della Siberia durante il quale ha incontrato gli “zek”, i discendenti dei prigionieri dei gulag, i campi di prigionia e lavoro creati da Stalin per chi veniva riconosciuto “nemico del Partito” o controrivoluzionario, gente condannata per aver violato l’articolo 58 comma 14 del Codice penale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. Una narrazione in bianco e nero come le foto che corredano le pagine, come la neve e il permafrost del paesaggio, come la vita dei pochi abitanti della Kolyma. Un racconto scarno che s’incide nel cuore del lettore, che gela l’anima come il clima che scende anche a settanta sotto zero, al pensiero di milioni di persone che sono morte per il freddo, per la fame, costrette a lavori disumani per estrarre dalla terra oro e altri preziosi. Jacek Hugo-Bader parla molto bene la lingua russa, conosce il Paese, lo ha percorso in lungo e largo e si sente, ma in queste pagine ha voluto provare a capire e a raccontare perché tante persone hanno deciso di restare a vivere in una terra così inospitale, in un mondo che è ai confini di ogni realtà e soprattutto à scrigno di beni preziosi come le reliquie delle innumerevoli vittime che si conservano nel permafrost e riemergono, quasi intatte, durante gli scavi per la ricerca dell’oro, come un monito imperituro.



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