I diari di Hitler

I diari di Hitler
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Corre l’anno 1983, quando la vicenda ha inizio. L’autorevole storico oxfordiano Hughes Trevor-Roper riceve una telefonata da uno dei dirigenti del gruppo editoriale Murdoch, di cui egli stesso è dirigente. La richiesta è chiara quanto inquietante: il periodico tedesco “Stern” invita gli esponenti del gruppo editoriale a valutare l’acquisto dei diritti di pubblicazione dei diari di Hitler. La reazione dello storico è alquanto scettica. Hitler che si degna di impugnare una penna e scrivere dei diari? Un uomo che, essenzialmente, detestava scrivere e che non ha più prodotto una sola riga dopo l’ultima pubblicazione del Mein Kampf? No, non possono essere documenti autentici quelli di cui parla “Stern”. Eppure, bisogna esserne certi. Ecco perché Trevor-Roper accetta di esaminarli e si reca in Svizzera la settimana successiva. I documenti sono custoditi nel caveau di una banca, si tratta di una sessantina di quaderni recanti l’aquila nazista in copertina e un’etichetta dattiloscritta che ne attesta la proprietà. Un intero archivio che copre trentacinque anni di storia, lo storico è affascinato dalla coerenza degli appunti raccolti. Presto la figura di Hitler potrà assumere contorni più definiti, potrebbe cambiare la percezione degli avvenimenti passati. E invece...

Dopo i notevoli successi dei suoi primi romanzi, i thriller ucronici Fatherland (1992) e Enigma (1996), Harris pubblica questa inchiesta giornalistica condotta su un clamoroso fatto di cronaca avvenuto fra il 1983 e il 1985. In quel periodo, il gruppo editoriale tedesco “Stern” decise di investire milioni di dollari nell’acquisto dei diritti di pubblicazione di sedicenti diari appartenuti ad Adolf Hitler. “Stern” coinvolse anche il gruppo editoriale di Rupert Murdoch, già proprietario del “Sunday Times”, in un’asta folle per aggiudicarsi la pubblicazione. La notizia rimbalzò in tutti gli angoli del globo, ma ricevette una sonora botta solo poche settimane dopo la diffusione. Il laboratorio scientifico dell’archivio federale tedesco bollò i documenti contesi a suon di milioni come “falsi grossolani”. I materiali di cui erano fatti i presunti diari risalivano al 1953 e non potevano essere appartenuti a Hitler. Lo scandalo travolse i due autorevoli gruppi editoriali e la credibilità dello noto storico Hughes Trevor-Roper, l’artigiano che aveva falsificato i diari finì in galera e caddero le teste di qualche dirigente e caporedattore. Harris esplora l’intera vicenda con cura minuziosa, ne ricostruisce soprattutto il contesto attorno a cui è maturata. L’intento è quello di comprendere come sia stato possibile “gabbare” degli editori così esperti e smaliziati. Come si è creato il clima psicologico che ha prodotto un simile inganno? Questo il mistero a cui Harris cerca di dare una risposta. Il saggio, insomma, è una vera e propria inchiesta giornalistica basata su interviste, documenti processuali e testimonianze rinvenute presso gli archivi dell’epoca. Ma, al contempo, non si esime dall’esplorare il mistero basilare dell’intera vicenda: la figura di Hitler e la sua eredità al mondo post bellico.



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