I dolci profumi del Bengala

I dolci profumi del Bengala

India. È buio, da qualche parte ululano gli sciacalli. Sabitri sa che dovrebbe riposarsi, a quest’ora dovrebbe dormire per non affaticare il suo cuore e per non peggiorare la sua pressione ballerina. Ma Sabitri questa sera non ha voglia di dormire, non può: cerca di muoversi il più silenziosamente possibile per non svegliare la domestica Rekha che dorme nel suo angolo sulla stuoia di cocco russando potentemente, sistema la carta e la penna sul tavolaccio della cucina e pensa a cosa scrivere. Non è stata una giornata come le altre: la pace provata nell’osservare la pioggia e le “ferite dei lampi” che squarciavano il cielo e nel sentire quell’odore di terra bagnata che da giovane l’avrebbe trascinata fuori di casa, quella pace è stata improvvisamente interrotta da una telefonata inaspettata. Sua figlia Bela le ha riversato attraverso il ricevitore tutte le sue preoccupazioni: “Tara progettava di lasciare l’università, bisognava impedirglielo, aveva completato solo il primo semestre, sarebbe stato il peggiore errore della sua vita, quella ragazza si rifiutava di ascoltarla, non ascoltava mai nulla di quello che le diceva sua madre ultimamente”. E così adesso, seduta al tavolo che possiede da decenni, Sabitri cerca le parole migliori per scrivere alla nipote; alla nipote della quale non riesce nemmeno ad immaginare la vita di cui conserva ancora una foto nel cassetto, sotto i corpetti dei sari: “Tara tra le braccia di Bela, piccolissima, che faceva capolino da sotto un cappuccio di lana azzurra, con un nebuloso ponte arancione ad aleggiare in lontananza”...

Dopo il successo de La maga delle spezie, pubblicato in Italia sempre da Einaudi, Chitra Banerjee Divakaruni torna a raccontarci una storia in cui protagoniste sono le donne. Attraverso poco più di duecento pagine vediamo scorrere sotto i nostri occhi le vite di quattro generazioni di donne, nella loro capacità di reinventarsi e di sopravvivere ai cambiamenti – talvolta repentini – che la vita impone loro, nei complessi rapporti che legano madri e figlie spesso intessuti di conflitti ma anche sostenuti dall’amore che alla fine vince su tutto. Conosciamo Durga, apprezzata in tutto il villaggio per i suoi dolci, e sua figlia Sabitri che pur volendo studiare e terminare l’università finirà invece per abbandonare gli studi una volta conosciuto e sposato quel professore che sarà il padre di sua figlia Bela. E Bela sembrerà ripercorrere una strada già tracciata quando innamoratasi di un giovane studente attivista politico deciderà di rinunciare all’università e di seguire il suo fidanzato in California. È Tara, la nipote tutta capelli ispidi e piercing a cui scrive Sabitri in apertura del romanzo che chiuderà in qualche modo il cerchio di queste vite apparentemente segnate da uno stesso destino e governate da un amore non sempre corrisposto. È Tara, che abbracciando l’ormai anziana madre, legge le ultime righe della lunga lettera scritta per lei da Sabitri comprendendo finalmente l’insegnamento della nonna: “Un giorno, nella cucina del negozio, reggevo in mano il risultato di una nuova ricetta appena perfezionata, il dolce che avevo battezzato con il nome della mia defunta madre […] Fui inondata dalla soddisfazione. Quello era un obiettivo che avevo raggiunto da sola, senza dover dipendere da nessun altro. E nessuno poteva portarmelo via. Ecco ciò che desidero per voi, mia Tara, mia Bela. Ecco il vero significato dell’espressione fiamma propizia”. Ecco il monito di Sabitri: non dimenticare mai le tue radici e di su esse costruisci la tua indipendenza, la tua forza.



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