I due che salvarono il Natale

I due che salvarono il Natale
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Ultimino Sabbatini, detto Mino, è (come suggerisce il nome stesso) l’ultimo di una famiglia di cinque figli; assieme a suo fratello Alvisio, e alle sorelle Erminia, Primetta e Terzide, vive col babbo e la mamma in un piccolo paesino della Toscana posto ai piedi di un grande vulcano, che solenne e austero fa da guardia all’intera valle. Da una parte il grigio borgo medievale, dall’altra la rumorosa miniera simbolo del progresso di quel tempo, la vita dei cittadini si svolge pacificamente: i minatori si recano al lavoro la mattina presto, per ritornare la sera stanchi morti alle loro umili dimore, a sbronzarsi con il vino delle loro vigne. Quando suona la “corna”, la sirena che scandisce l’entrata e l’uscita dal lavoro, i minatori formano una fila silenziosa lunga quanto un serpente; i loro volti sono stanchi, ma si cerca di tenere alto il morale con le battute. Da mangiare c’è molto poco, acqua cotta in prevalenza, ma il padre di Mino è convinto che il lavoro in miniera migliorerà notevolmente la loro condizione economica; al momento tutta la famiglia abita in una stanza non più grande di una stalla, i cui letti, stretti e imbottiti di paglia e fieno, sono un covo per pulci e pidocchi. I loro unici possedimenti sono un’asina e un po’ di legna, e non hanno la luce (si mormora che presto la porteranno), ma questo a Mino non dispiace, lui non ha paura del buio. Il bambino ha solo otto anni ma è già avviato a fare lavoretti da uomo ‒ presto farà anche il battesimo da minatore ‒, tipo andare a prendere la legna dal boscaiolo, cosa che gli scoccia parecchio. Alvisio sarebbe il figlio maggiore, ha quattordici anni, ma un giorno, in miniera, un carrello di pietra grezza gli ha preso in pieno una gamba, rendendolo zoppo probabilmente per tutta la vita. Così, poveretto, è sempre nervoso e apatico, e non può aiutare granché. La miniera è proprietà di un burbero impresario tedesco, tale Gustav Strege, padre di una bambina tutta lentiggini, Adele, che tutti reputano antipatica e viziata. In paese si fa a gara per ingraziarsi il “Capoccia” (così viene chiamato Strege), tra il sindaco sempre pieno di moine e le donne che recapitano ‒ o fanno recapitare dai figli, come succede a Mino che, controvoglia, ha dovuto portare al Capoccia un pezzo di castagnaccio ‒ dei doni presso la sua grande casa. Per Strege produrre è l’unico imperativo possibile, e quest’anno la lista degli impegni aziendali è così fitta, che gli operai rischiano di dover mettere da parte la tradizione a cui il borgo è legato da secoli: la costruzione delle fiaccole da accendere nel giorno della Vigilia di Natale. E chi glielo dice adesso ai minatori che saranno costretti a lavorare anche nel giorno di festa? In quell’unico giorno in cui la fatica è bandita, e ci si può dedicare finalmente al riposo e alla famiglia? Al solo pensiero, il sindaco ‒ interpellato direttamente da Strege sulla questione ‒ comincia a sudare freddo e ad avere la tachicardia...

Questa di Marco Fabbrini è una tipica fiaba natalizia: una bella storia senza luogo e senza tempo, capace di scaldarci il cuore. Calore, magia, buoni sentimenti, ma sopratutto, in primo piano, il valore inestimabile della tradizione: “un bene prezioso che non si trova sui banchi di un supermercato”, ma che va coltivato e tramandato con orgoglio e pazienza. Dopotutto, cosa saremmo senza le nostre tradizioni? Senza quel qualcosa che ci fa sentire parte di un percorso, di una comunità? “In questo il vivere in montagna aiuta molto perché aspetti del quotidiano che altrove sono banali e routinari qui diventano per forza eventi tradizionali”. La notte delle fiaccole non è un’invenzione, ma un appuntamento reale al quale da secoli non mancano i cittadini di Abbadia San Salvatore (paese nel quale Fabbrini è nato e vive attualmente), situato sul versante senese del monte Amiata: la notte del 24 dicembre, cataste di legna di forma piramidale alte fino a sette metri ‒ costruite secondo una tecnica segreta tramandata da generazioni ‒ bruciano fino al mattino dopo. La realtà irrompe dunque nella fiaba diventando oggetto di contesa, la tradizione che viene minacciata dalla logica del profitto; i minatori ne rivendicano il sacrosanto diritto: per loro la costruzione delle fiaccole non è solo motivo d’orgoglio, ma anche un’occasione ‒ forse l’unica in tempi di magra ‒ di alzare per un attimo la testa e guardarsi l’un l’altro, dopo interminabili giornate chini sulla pietra. Questo ovviamente non importa a Strege, impresario senza scrupoli che potrebbe tranquillamente andare a braccetto con Ebenezer Scrooge, indimenticabile protagonista di Canto di Natale di Charles Dickens. Bello ‒ e se vogliamo anche un po’ utopico, visti i tempi ‒ leggere di lavoratori uniti contro lo sfruttamento del padrone: un uomo che mira a stancarli a tal punto da togliere loro ogni desiderio di condivisione; capace di cavalcare lo stereotipo (attualmente molto in voga) del forestiero pigro e responsabile di qualunque sciagura, addossandogli la colpa della scarsa produttività nel tentativo di minare l’unità del gruppo; un uomo che quando la lotta si inasprisce, non esita a colpire duro. Per fortuna ci sono i bambini: una storia di Natale che si rispetti non potrebbe mai fare a meno del loro punto di vista creativo e dell’ottimismo che sempre li accompagna; le vicende di Mino e Adele, che stringono un’affettuosa amicizia a dispetto di tutti i pregiudizi del paese nei confronti della bambina, corrono parallele a quelle degli adulti, finendo poi per intrecciarsi in vista della positiva (come è giusto che sia) svolta finale.



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