I falsari

I falsari

19 settembre 1946. La Seconda guerra mondiale è finita. Winston Churchill, che ha portato a casa la vittoria contro la Germania nazista, perde le elezioni in Gran Bretagna. È a Zurigo per una conferenza. È qui che lancia un progetto, quello degli Stati Uniti d’Europa. “Dobbiamo ricostruire la famiglia dei popoli europei in una struttura regionale che potremmo chiamare Stati Uniti d’Europa, e il primo passo pratico consisterà nella creazione di un Consiglio d’Europa. Se, all’inizio, non tutti gli Stati d’Europa vorranno o saranno in grado di partecipare all’unione, dobbiamo ciò nonostante andare avanti e congiungere e unire gli Stati che vogliono e che possono”. 2019. Di acqua sotto i ponti ne è passata, pure una Brexit. L’Europa ha preso forma, è stata un grande sogno, ma ha finito per essere vituperata da tanti. Molte forze politiche negli anni hanno attaccato Strasburgo e Bruxelles come un mantra, sulle questioni più disparate, ma elaborando uno schema consolidato: l’Europa dell’elite da una parte, i cittadini dall’altro, popoli “defraudati del loro benessere”, “culture millenarie minacciate dal mercato globale e dal multiculturalismo”. Ma quanto pesano davvero sulle tasche degli italiani le istituzioni europee? Sono davvero quella “macchina mangiasoldi” che in tanti ci raccontano? I portaborse, cosa fanno, come vengono pagati? E com’è regolamentata la trasparenza? A cosa serve il Global compact for migration? Cosa c’è dietro al “business dell’immigrazione”? E ancora, è vero che siamo “invasi” dall’olio tunisino? Da dove viene il grano con cui è fatta la pasta che mangiamo o l’uva con cui è composto il vino che beviamo?

2019, vigilia delle elezioni europee. Quelle che, a detta di tutti, andranno a segnare uno spartiacque per l’esistenza dell’Europa. In Italia il premier Giuseppe Conte guida un esecutivo composta da Lega e Movimento 5 stelle, il cosiddetto governo giallo-verde. È in questo contesto che esce I falsari di David Parenzo. Come è andata, in quella competizione elettorale, ora si sa. Anche com’è finito il governo giallo-verde. Ma le analisi politiche lasciamole agli analisti. Focus del giornalista in questo agile e ben scritto saggio sono tutte quelle accuse, quegli strali, nei confronti delle istituzioni europee, che negli anni hanno finito per alimentare veri o presunti stereotipi sull’Europa. Sul banco degli imputati, in primo luogo, quella sorta di “internazionale sovranista” – così la definisce – che si è andata costruendo negli anni e a cui l’autore dedica un accurato capitolo, i cui protagonisti sono in casa nostra ma anche in Francia, in Ungheria e hanno stretto una solida alleanza: leader politici che, secondo l’autore, sono stati capaci di realizzare “un’efficacissima macchina della propaganda, in cui all’Europa è assegnata la funzione del capro espiatorio”. Ma attenzione, va detto che Parenzo non risparmia nessuno. La retorica antieuropeista infatti per il giornalista ha fatto breccia un po’ in tutti i partiti italiani, se ha attecchito in modo evidente nelle forze cosiddette “sovraniste” e in quelle più marcatamente “populiste”, ha investito seppure in modalità e con entità diverse tutto il mondo politico, comprese le forze afferenti al centrosinistra. Parenzo non giustifica, non fa sconti. Ammette che le contraddizioni non mancano e che l’Europa ha contribuito a costruire questa immagine di sé poco edificante. Divide la responsabilità tra una cattiva comunicazione sul ruolo effettivo dell’Unione, una sorta di “scaricabarile” da parte di governi nazionali che in questo modo a suo dire hanno evitato di prendersi la responsabilità di politiche inefficaci, i social e la loro capacità di essere veicolo di fake news e un’eccessiva “distanza” della sede decisionale delle politiche europee, quella Bruxelles che è stata percepita inevitabilmente come “luogo lontano, anonimo, incapace di suscitare un senso di appartenenza e partecipazione”. Cerca però di far capire cosa sta dietro a questa propaganda. Con un lavoro puntuale e dettagliato, si concentra nel tentativo di smascherare quei refrain che sono diventati certezze assolute per tanti. Dai costi effettivi delle istituzioni comunitarie al Ceta, il trattato di libero scambio tra Europa e Canada, dai migranti alla moneta unica, dai fondi europei alla direttiva sul copyright, passando per le quote latte, la battaglia contro l’olio tunisino, la Bolkestein e altro ancora. Parenzo è preciso, motiva le sue posizioni, scardina luoghi comuni e, a prescindere da come la si pensi, induce alla riflessione, portando riferimenti concreti e non solo punti di vista personali. La sfida vera, la risposta al “morbo euroscettico”, per Parenzo sembra essere un po’ un ritorno alle origini, al concetto primigenio con cui è nata l’Unione Europea. “Il popolo europeo esiste, ha tradizioni comuni e democrazie consolidate nonostante abbia vissuto dittature e due guerre mondiali. – scrive – Certo, ogni paese ha la propria storia, la propria lingua e le proprie peculiarità, ma c’è un’identità comune che permane. Non a caso il motto dell’Europa, usato per la prima volta nel 2000, è: Unita nella diversità. Nessuno vuole eliminare le caratteristiche dei singoli Stati, bensì farle convivere”.



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