I fantasmi dell’Impero

I fantasmi dell’Impero

Febbraio 1937, Addis Abeba, Africa Orientale. La settimana prima, il giorno 19, il Viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani è stato vittima di un grave attentato ad opera dei ribelli ed è ancora ricoverato con moltissime schegge nella schiena. Al di là del codice penale di guerra, è arrivato un ordine perentorio da Mussolini: “Tutti i civili et religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi et senza indugi”. Così ci sono già state molte esecuzioni, ma non è soltanto per procedere ai rapidi processi che le hanno precedute che il colonello Vincenzo Bernardi, avvocato della Magistratura Militare, è stato fatto arrivare in tutta fretta. Graziani ha scelto un uomo notoriamente integerrimo per commissionargli una indagine segreta, perché è convinto che dietro l’attentato al quale è scampato ci sia un complotto che ha lo scopo di metterlo in cattiva luce agli occhi del Duce. Dopo l’attentato, alle esecuzioni punitive hanno fatto seguito violenti episodi di rappresaglia e quindi aspri combattimenti di ritorsione nei quali spesso le truppe italiane si sono trovate in difficoltà. Il fatto vero è che, se l’anno precedente Benito Mussolini ha proclamato l’Impero, le celebrazioni e la propaganda non fanno alcun cenno al fatto che l’Etiopia non è affatto un paese sottomesso. L’imperatore Hailé Selassié è stato costretto, in effetti, all’esilio in Inghilterra ma ovunque gli arbegnuoc, ovvero i patrioti, guidano la rivolta con coraggio e determinazione, e molti sono gli insuccessi e le falle soprattutto nel governatorato di Alessandro Pirzio Biroli nell’Amhara. Graziani, in seguito ad alcune relazioni dei carabinieri, ha saputo che il capitano Gioacchino Corvo è accusato di essere a capo di una banda irregolare, di amministrare la giustizia con esecuzioni di massa dopo processi farsa e di malversazione, oltre che di accompagnarsi in pubblico con una “negretta quindicenne”. Quindi è lui uno di quelli che creano volutamente disordini per portare avanti il complotto! Bernardi deve perciò interrogare il capitano e farsi raccontare da lui cosa stia succedendo esattamente, ma per riuscirci deve raggiungerlo, protetto da una guarnigione, nella regione del Goggiam dove è assediato dalle truppe ribelli. La missione è pericolosa e difficile ma l’avvocato militare non immagina quanto; non sa infatti che sta per finire in un fuoco incrociato tra gli ufficiali dell’esercito (per altro fedeli al re) e le milizie fasciste, in un territorio pieno di insidie e tranelli. Qualcosa dev’essere trapelato, e qualcuno molto in alto in Italia non gradisce affatto questa inchiesta…

Antonio D’Orrico, citando Alberto Arbasino, a proposito di questo libro ha scritto che scrivere un romanzo è facile, perché basta riportare quello che si racconta un gruppo di amici a cena. E infatti è proprio quello che sembra essere accaduto in questo caso. Marco Consentino, funzionario alla Camera ed esperto di relazioni internazionali, Domenico Dodaro, business lawyer e Luigi Panella, avvocato penalista, vivono a Roma, sono amici da molti anni e sono soliti incontrarsi una volta alla settimana mentre aspettano che le rispettive figlie finiscano la palestra. In uno di questi incontri Panella, che ama rovistare tra i documenti negli archivi, racconta agli altri due di essersi imbattuto in un fascicolo a lungo secretato tra i documenti dell’allora Ministero dell’Africa italiana riferito ad una storia che sembra una specie di Cuore di tenebra in salsa italiana, incentrata su un tal capitano Corvo, apparentemente una sorta di conradiano Kurtz. Parte di qui un lavoro certosino di ricerca più ampio che ha visto i tre autori curare ciascuno un tema della storia – persino con la descrizione della vita in un collegio dell’epoca ripresa pari pari dal racconto della madre di uno di loro – e poi collaborare alla stesura finale. Il risultato è questo romanzo di notevole spessore (non soltanto per numero di pagine) che rientra nel genere storico per l’attenzione filologica di ricostruzione storica: veri sono i fatti, i luoghi, le battaglie, le esecuzioni sommarie, le violenze sui civili, l’uso del gas (il cosiddetto Trattamento C ammesso apertamente dal Ministero della Difesa soltanto nel 1996); veri i nomi in moltissimi casi, e solo in altri veri i personaggi cui sono attribuiti nomi falsi. È il caso, ad esempio, dell’avvocato Bernardi, ricalcato sulla figura storica di Bernardo (!) Olivieri incontrato negli incartamenti da Panella, mentre il coraggioso sciumbasci Welè Ghida sembra voler riassumere nel suo personaggio tutta la dignità e l’onore di tanti etiopi. La trama invece è finzione, pure se parte da fatti assolutamente rintracciabili nell’Archivio di Stato, compresi lettere e telegrammi che paiono rivelare soprattutto che gli impicci di natura burocratica sono sempre stati una pessima caratteristica del sistema Italia. La campagna rovinosa che fu la guerra d’Africa si racconta da sola in ogni riga di questa storia che non tenta di assolvere, santificare o crocifiggere nessuno, riuscendo a illustrare gli eventi con una grande potenza espressiva, motivo per cui alcune pagine risultano anche crude e violente (come è la guerra, per altro), forse con lo scopo di assumere come punto di vista il triste approdo cui giunge l’avvocato Bernardi, che cerca la verità per tutta la sua vita per poi arrivare amaramente a “dimostrare che ogni verità è relativa”. Accurato come un saggio, quindi, (seppure monco di un glossario necessario che avrebbe reso perfetto questo lavoro) ma anche avvincente come un romanzo d’avventura o anche come un noir, come è stato infatti considerato al punto di essere candidato al Premio Giorgio Scerbanenco 2017 per il miglior romanzo noir italiano. Sembra che, oltre al controverso Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, non esistano veri e propri romanzi che raccontino l’Africa fascista, e I fantasmi dell’Impero pare colmare questo vuoto, utile quindi a far sì che fatti poco approfonditi a scuola raggiungano una vasta fascia di lettori, non necessariamente appassionati del genere storico o di politica coloniale del Ventennio. È un aspetto, infatti, che trascende quello puramente storico e ci consente di porci delle domande e di capire un po’ meglio noi stessi come popolo. Infine due curiosità. Sellerio ha utilizzato un cambio di carattere per riportare i numerosi telegrammi e questo costituisce un unicum per la casa editrice siciliana. Inoltre gli autori hanno confessato di aver lasciato nella narrazione un errore storico non gravissimo ma nemmeno insignificante che – pare – non essere stato ancora individuato da nessuno. Se accettate un consiglio non fatevi spaventare dalle oltre cinquecento pagine di questo romanzo e non vi perdete questa lettura, vi sorprenderete di essere arrivati alla fine senza esservene accorti.



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