I figli del bosco

I figli del bosco

Ares, Lara, Ulisse, Achille, Wolfy e Navarre sono solo alcuni dei lupi passati per il Centro Tutela Fauna Selvatica alle pendici del Monte Adone, creato per la protezione degli animali selvatici autoctoni dell’Appennino Tosco-Emiliano, minacciati dall’antropizzazione del territorio. Lo scopo del Centro è quello di curare, riabilitare e reinserire tale fauna nell’ambiente appenninico. Elisa, una volontaria, si occupa del recupero dei lupi che per i più svariati motivi arrivano nella struttura. Le regole sono ferree: per i lupi ospiti, i contatti con l’uomo devono essere ridotti al minimo indispensabile, non devono diventare confidenti, pena la reclusione a vita nel recinto. Per quanto distante dall’idea che si può avere di un recinto, trovandosi quello del Centro in un morbido versante, ricoperto da giovani querce su cui si apre un ampio prato ‒ “un luogo sospeso, in equilibrio fra due mondi”, poiché gli altri recinti per la fauna selvatica sono piuttosto distanti, come se appartenessero ad un altro mondo ‒ si tratta comunque di un’area limitata, in cui è presente un’infermeria per la cura dei lupi con diversi box interni ed aree di degenza. Per quei lupi che vengono curati presso il Centro, l’obiettivo dei volontari è, almeno per i lupi puri (che si distinguono da quelli ibridi, ossia nati da incroci tra cani randagi e lupi), di restituirli alla natura, piuttosto che condannarli alla cattività (a cui invece sono destinati gli altri, rappresentando l’ibridazione una minaccia per l’integrità genetica del lupo e per la sua conservazione in natura). Questa è la sfida che sarà affrontata anche per Ulisse ed Achille, ma sarà ancor più ambiziosa, poiché i lupi sono stati trovati orfani nel bosco da cuccioli e sono cresciuti, affidati alle cure di Elisa, a contatto con l’uomo e quindi hanno un imprinting diverso dai comuni lupi selvatici. In tali condizioni, infatti, non è sicuro che essi apprendano le regole del branco e non si ha la garanzia di poterli liberare…

Il lupo è tradizionalmente simbolo di ferocia, voracità ed impetuosità; spesso la sua figura è stata distorta dall’uomo, tanto da incarnare, nella letteratura, nell’immaginario collettivo e nella tradizione culturale, una varietà di simboli, più negativi che positivi (si pensi all’immagine del lupo nelle fiabe di Cappuccetto Rosso e I tre porcellini con cui tutti siamo cresciuti o, ad esempio, al proverbio “Il lupo perde il pelo, ma non il vizio” e alle espressioni comuni di buon augurio “In bocca al lupo!” e “Crepi il lupo!”). Lo stesso autore non nasconde, in uno dei primi capitoli del libro, una certa paura, “una paura ancestrale, partorita dalle storie spaventose ascoltate da piccolo”, provata al suo primo incontro con i lupi in una sessione di wolf howling nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Ma ben presto, nell’udire gli ululati di alcuni cuccioli del branco, “la paura fu spazzata via come bruma da un vento fresco, e non tornò mai più”. Giuseppe Festa, classe 1972, laureato in Scienze Naturali e autore di romanzi, anche per ragazzi, nei quali la natura e gli animali sono protagonisti (Il passaggio dell’orso, L’ombra del gattopardo e La luna è dei lupi), di reportage e documentari, racconta questa volta una storia vera, che lo ha affascinato, di cui non ha avuto né il controllo della trama, né ha deciso l’epilogo, ma in cui ‒ come ha dichiarato nel booktrailer del libro ‒ “la realtà ha superato la fantasia”. Attraverso un percorso complesso portato avanti dai volontari del Centro, lo scrittore, inizialmente osservatore passivo, è stato gradatamente coinvolto nella storia dei due lupi Ulisse ed Achille e nella successiva loro liberazione (compiuta da una vera e propria squadra), che, oltre a costituire un caso scientifico, ha rappresentato per i presenti un’emozione intensa (“Per un istante è come se fossimo noi a schizzare fuori dalla gabbia e a correre liberi nei boschi”) e per i due lupi, più che il traguardo, “l’inizio di una grande avventura”, il ritorno in quel bosco da cui sono venuti, il ritorno al selvaggio, il ritorno a casa. La lettura di questa testimonianza, corredata anche da un inserto fotografico dei lupi durante la loro permanenza al Centro, ci spinge a riflettere sul rapporto uomo-natura e sulla necessità, non più differibile, di protezione e conservazione di un patrimonio unico, sempre più minacciato dall’uomo e dalle sue attività.



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