I figli della mezzanotte

I figli della mezzanotte
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Saleem Sinai è arrivato al capolinea della sua lunga e complicata vita. Decide così di raccontare per intero la sua storia personale, scandendo senza fretta e con gusto la sua intera genealogia, partendo dai suoi nonni fino ad arrivare giù giù alla storia del suo Paese, cui inevitabilmente e strettamente la sua biografia si lega senza soluzione di continuità. Figlio illegittimo di un ricco inglese e di un’indiana povera che muore di parto, Saleem diventa oggetto di pietà di Mary, una infermiera che lo scambia di culla col figlio di una ricca coppia di indiani salvandolo, in questo modo, da una vita di stenti e miseria. Cresciuto nell’agiatezza, sviluppa un’indole molle, un carattere passivo e remissivo, mentre l’altro, Shiva, è condannato ad una esistenza di povertà e sofferenza che gli forgia un carattere violento e rancoroso. Ben presto Saleem scopre che tutti i bambini nati allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947 - il momento preciso in cui l’India proclama ufficialmente la propria indipendenza dall’Impero britannico - hanno dei poteri speciali; tutti sono bambini straordinari. Li chiamano “i figli della mezzanotte”. Il suo potere sta tutto nel suo naso enorme, adunco, sensibilissimo, che gli permette di penetrare il cuore ed i pensieri delle persone (che si trasformano in odori). La peculiarità di Shiva è invece quella di possedere una forza erculea concentrata nelle ginocchia. Saleem e Shiva non sono solo “fratelli” della coincidenza, loro malgrado, ma anche figli di un Paese in trasformazione, dentro il quale vivono ed affrontano la loro vita scambiata, con tutto quello che una permuta del genere comporta. Allo scoppio della guerra tra il neonato Stato indiano ed il confinante Pakistan Saleem, assieme alla sua famiglia, si trova in quest’ultimo. Ed è sempre lì, durante il conflitto interno tra Pakistan orientale ed occidentale dal quale cui nascerà il Bangladesh, che incrocia lungo la sua strada alcuni dei figli della Mezzanotte con i quali decide di fare ritorno in India, nel periodo di massima costrizione cui Indira Gandhi ha ridotto il Paese, azzerando quasi tutte le libertà personali. Questa sarà l’ultima tappa di una vita fatta di sacrifici, ma la prima, poi, del suo lungo, lunghissimo racconto...

I figli della mezzanotte consegna Salman Rushdie all’Olimpo della letteratura mondiale e al lettore una scrittura senza compromessi. Con l’intento di narrare la vita di un uomo, in realtà Rushdie ci racconta, nel suo modo bizzarro, surreale, spesso apparentemente grezzo e contorto, la storia dell’India nel momento in cui riacquista la sua indipendenza e negli anni successivi, quando il Paese è attraversato da ondate di pulsioni tremende che vengono da fuori o gli partoriscono in grembo. I figli della mezzanotte vorrebbero rappresentare la speranza del futuro, ma di un futuro che viene sparpagliato e che poi, miseramente, si trasforma in cocci esuli ed isolati. La lettura non è delle più semplici, ricca come è di flussi e riflussi, anticipazioni, tentennamenti, incursioni estemporanee di personaggi che con la storia principale non hanno niente a che vedere. Potrebbe inizialmente sembrare un grandissimo caos all’interno del quale raccapezzarsi è cosa ostica se non fosse per la grande capacità di Rushdie di tenere magistralmente tra le dita tutti i fili della storia senza ingarbugliarli in una matassa inestricabile. Il lettore diventa parte integrante di questa storia corale, un personaggio onorario tirato in mezzo dalla potenza magnetica della narrazione. Questo romanzo ha, senza l’effetto 3D, la forza dei libri pop-up: saltano fuori figure mitiche, personaggi assurdi, gobbi, storpi, donne bellissime, bambini pestiferi, vecchi contorti e vecchie matrone acide e consumate. E poi odori, colori, rumori, suoni, sfumature del cielo, il frusciare dei sari, il sapore del cibo, la durezza della terra tutto cesellato e scolpito fin nei minimi dettagli. Rushdie ci presta i suoi occhi con cui guardare con sguardo ora benevolo e divertito, ora struggente e partecipato questa India che si affranca dal colonialismo britannico e che pure rimane ancestrale, arretrata, composita nei suoi innumerevoli riti, nei suoi polimorfici simboli e nelle sue millenarie tradizioni.



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