I figli della notte

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Un uomo e la sua spada, soli nella foresta attorno a Villefère: è ormai notte, il villaggio dista miglia e miglia e le fosche leggende della gente del luogo stanno mettendo a dura prova i nervi del viaggiatore, che si chiama de Montour ed è normanno. D’un tratto si ode un canto, è un uomo dall’aria strana, afferma di chiamarsi Carolus le Loup e indossa una maschera che gli nasconde il volto. I due si avviano insieme: le Loup racconta “delle molte terre e dei molti mari” che ha visitato e delle strane avventure che vi ha vissuto, de Montour racconta la leggenda per la quale quella foresta è infestata da un lupo mannaro. La luna è quasi allo zenit, le Loup insiste per fermarsi in una radura e inizia a danzare… Lo spregiudicato commerciante dom Vicente de Lusto ha costruito la sua enorme fortuna in Africa: possiede tre piccole navi e un galeone che fanno la spola tra i suoi possedimenti e le città di Spagna, Portogallo, Francia e persino Inghilterra, trasportando legname pregiato, avorio e schiavi. A ridosso di una piccola baia, il ricco mercante si è addirittura costruito un castello dopo aver “spianato la maligna giungla”. Qui ogni anno egli raduna “un gruppo di amici gioviali” e per alcune settimane con loro si dedica “a gozzoviglie che lo ripagano di tutto il lavoro e la fatica del resto dell’anno”. Tra gli invitati quest’anno c’è la bellissima nipote di dom Vicente, Ysabel, l’infido Carlos, l’italiano Luigi Verenza con la sensuale e disinibita sorella Marcita, il barone von Schiller, il “nobile guascone male in arnese” Jean Desmarte, il taciturno don Florenzo de Seville e un tormentato avventuriero normanno, tale de Montour…

Primo volume che Urania dedica alla raccolta Horror Stories of Robert E. Howard (Del Rey, 2008): i racconti – quasi tutti usciti tra 1925 e 1933 sulla rivista “Weird Tales” – sono presentati in ordine cronologico, ma intramezzati da frammenti in prosa e poesia venuti alla luce dopo il suicidio dell’autore, che sono associati al materiale edito seguendo una logica di continuity o perlomeno di assonanza. Ci sono le celebri storie di lupi mannari dello scrittore texano, alcune avventure di Solomon Kane, di Steve Costigan, di Bran Mak Morn e di Kull di Valusia, oltre naturalmente a racconti “stand alone”, non appartenenti a nessuna saga. Che si parli di cupe e selvagge giungle africane, di boschi europei, di paludi americane o di mari irlandesi, c’è molto in comune nelle atmosfere di queste storie vibranti e fascinose. Un torvo pessimismo, un senso di minaccia incombente, una violenza arcaica e inesorabile. Come sottolinea il compianto Giuseppe Lippi nella sua prefazione: “Ma è esistita un’alba dell’uomo oppure, come il nostro sembra dirci, è stato sempre buio, una lunghissima ora del lupo da cui ci stiamo appena svegliando per prenderne consapevolezza?”. Ci troviamo di fronte a “un’antropologia della paura in cui anime primitive danzano al ritmo barbarico di un gong”. Potente, oscuro, originale: puro Howard d’annata.



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