I figli di Hansen

I figli di Hansen
Romania, primavera 1989. Sono giorni decisivi per la storia d’Europa e per Nicolae Ceauşescu. Eppure in uno sperduto lebbrosario nel sud-est del paese gli avvenimenti politici di quell’anno sono un’eco lontana, un qualcosa che non riguarda i suoi ospiti. I malati di mycrobacterium leprae vivono separati dal mondo, che li rifiuta e li ignora. Nel momento in cui giunge al lebbrosario, il protagonista si rende subito conto di questa “non appartenenza”. Capisce che non è stato portato lì per “essere curato” ma per essere preparato per “un’altra cosa” che sa più di isolamento che di trattamento medico. Fin dal suo arrivo stringe amicizia con Robert W. Duncan, un ex agente segreto americano che diventa il suo compagno di stanza. I suoi giorni passano uguali gli uni agli altri, cadenzati dai soliti rituali: il guardare di sottecchi le deformità di chi ti sta vicino, lo scrutare con angoscia i regressi della propria carne, l’assumere regolarmente i farmaci antimoniali. Osservando gli altri lebbrosi, dal vecchio Zoltán, già nel lebbrosario durante l’occupazione nazista, alla russa Margareta, chiusasi nel silenzio della propria camera, capisce che non vi sono vie di scampo, il destino di tutti loro è terribilmente segnato. Poi per il giorno del suo compleanno Duncan gli regala un passaporto che vuol dire la speranza di una possibile fuga…
La lebbra fin dai tempi antichi è stata identificata nell’immaginario collettivo non solo come malattia, ma soprattutto come punizione divina per i peccati commessi. Le mutilazioni del corpo erano una prova evidente del giudizio di Dio. La conseguenza era la messa al bando del lebbroso per ragioni sia sanitarie che socio-religiose. Nel medioevo addirittura al malato del virus di Hansen, prima di essere rinchiuso nel lebbrosario, veniva celebrato il funerale che ne sanciva il distacco dal consorzio umano. In questo suo potente romanzo d’esordio, ora meritevolmente pubblicato dall’editore Zandonai da sempre attento alle evoluzioni delle letterature slave, il giovane scrittore montenegrino Ognjen Spahić affronta due tipici temi contemporanei, la diversità e l’esclusione, sullo sfondo di un’Europa che sta per conoscere una svolta epocale. Lo fa descrivendo una comunità di lebbrosi che vivono in un dimenticato ospizio-prigione, sottile confine tra la vita e la morte. Da una parte c’è il lebbrosario, con le sue abitudini, le medicine, i pasti per niente allettanti e la lenta attesa della fine, dall’altra il mondo in movimento rappresentato dall’attigua fabbrica di concimi chimici. Tra i due poli non c’è nessuna possibilità di contatto. Quando questo avviene è violento e sprezzante: le pietre lanciate dagli operai contro Zoltán, i colpi di fucile sparati dai poliziotti al protagonista per un macabro tiro a segno, il tradizionale epiteto di “satanasso” con cui vengono apostrofati gli emaciati ospiti del lebbrosario. La condizione dei lebbrosi è una non-vita attraversata però da forti passioni, dall’amore all’odio, testimoni di una dignità della persona che anche nella disperazione più nera non vuole soccombere. Spahić gioca molto sulla malattia come metafora politica del comunismo, che simile alla cancrena si è divorato mezza Europa seminando miseria e desolazione. Ambienta il romanzo nel fatidico 1989 e in una Romania prossima a vivere la caduta del Conducător Nicolae Ceauşescu, innalzata a simbolo degli altri drammi del socialismo reale. Ma il lebbrosario ricorda soprattutto il campo di concentramento, luogo per definizione dell’esclusione, dell’azzeramento del diritto, dell’annientamento dell’essere umano. Sia l’uno che l’altro sono la negazione della libertà e di conseguenza della vita. La malattia, come sottolinea Claudio Magris nella prefazione, ne I figli di Hansen è un occhio privilegiato sulla tragicità della storia e sull’impotente solitudine dell’uomo di fronte ad essa.

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