I fratelli Michelangelo

I fratelli Michelangelo
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Nicoletta sveglia Antonio, reduce forse da un altro sogno affollato dalle sue ex mogli, il corpo invecchiato e con pochissima carne, il costato tutto tendini e ossa. Arrivano alla spicciolata i fratelli Michelangelo, da Stoccolma, Londra, Bali e Tel Aviv. Sono sparsi per il mondo, misconosciuti l’uno all’altro, divisi dal padre che li ha disseminati qua e là assieme ai suoi amori ma spinti lontano anche dalle circostanze della vita. Il minore, a dirla tutta, non fa nemmeno Michelangelo di cognome: Enrico è (o era) un Romanelli, giacché sua madre Margherita Puccini lo ha cresciuto con un altro uomo che gli ha dato il suo cognome. È in Israele ma una telefonata della madre lo riporta a Viareggio, deve leggergli una lettera di suo padre: è così che Enrico scopre che il suo vero genitore è un artista, e quel nome lo ha già visto su qualche scaffale, suo padre lo ha letto, visto e meditato attraverso le sue opere, il libro di culto Serpi di Terrabassa e il film La Sultana. Louis invece è finito in India, un Paese affascinante per la sua spiritualità intrinseca, con grandi prospettive e un’economia pronta a una crescita impetuosa, eppure colpito dal degrado ambientale, dalla cementificazione selvaggia, dalla povertà estrema per la maggior parte delle persone. È un rifugio per lui che è cresciuto a Milano con sua sorella Aurelia, lui che prima della riforma del diritto di famiglia si chiamava Louis Lavier ed era considerato un adulterino, che a Sempione aveva conosciuto “Carletto” Felici e ci si smezzava il fumo, lo stesso Carletto con cui finirà dall’altra parte del globo tentando di avviare un’impresa di import-export: la Michelangelo & Felici. Cristiana Michelangelo è invece la figlia che più pare aver dato seguito alla ricerca artistica del babbo, dato che da piccola gli era stata vicina e fra le sue incisioni aveva respirato un certo clima creativo. Le sue opere, da quando vive all’estero (soprattutto a Londra, ma anche Parigi) le firma come Kristeva M. E che dire di Rudra, il fratello minore di Cristiana? Dimostra sin da bambino un’intelligenza e una mente vivace fuori dal comune, è sveglio e curioso. Ama gli animali, li studia, riconosce le specie di insetti a primo acchito. Eccoli arrivare, convocati a Vallombrosa-Saltino da Antonio Michelangelo. Come era prevedibile solo Aurelia, la maggiore, medico in carriera quasi cinquantenne, diserta. Ma cosa c’è dietro quell’invito? Cosa vuole Antonio, quel padre assente, quel padre appena scoperto per Enrico? Che sia sul punto di morire e di lasciar loro una cospicua eredità? È il pensiero che tutti fanno, forse sperandoci un po’…

609 sono le pagine che compongono I fratelli Michelangelo, ultima fatica di Vanni Santoni, intellettuale a tutto tondo, editor della narrativa Tunué, talent scout abile a scandagliare il sottobosco delle riviste italiane, e fra gli ispiratori nell’ultimo anno e mezzo di due iniziative degne di nota su “L’Indiscreto”: la prima è la grande inchiesta sul GRI (Grande Romanzo Italiano), fluviale intervista in quattro puntate a una sessantina di autori, accademici e critici. La seconda, nata dal germe di quell’inchiesta e ora appuntamento fisso, sono le ormai note e lettissime Classifiche di Qualità. Ma I fratelli Michelangelo non è semplicemente un romanzo, piuttosto lo si può definire un collage di romanzi brevi, che nelle battute finali giungono a una reductio ad unum, a una sintesi delle varie anime. Ciascuno dei quattro nuclei indipendenti viene narrato in prima persona, e il punto di vista “mobile” ci fa conoscere man mano i fratelli, le loro idee, le loro passioni, le loro sofferenze. Questo fa sì che sia marcata la distanza, anche a livello stilistico, fra i vari macrocapitoli. Se coi suoi lavori precedenti Santoni aveva parlato della fuga dall’ordinario (mediante le droghe, i rave o i giochi di ruolo), stavolta il tema viene declinato come fuga vera e propria: dalla famiglia, dal passato, dall’Italia, dal peso del proprio cognome. Oltre al leitmotiv della fuga, ritornano altri temi portanti della sua poetica: la spiritualità orientale e l’India (lo stesso Santoni, laureato in Scienze Politiche come Louis, in gioventù ci aveva fondato un’azienda esattamente come il suo personaggio), l’attenzione al mondo delle droghe, e fanno capolino anche se in maniera molto più sfumata la musica e i party (al centro del libro di culto Muro di casse), i giochi di ruolo come Dungeons & Dragons (già sfondo de La stanza profonda) ma anche il mito di Roberto Baggio di cui aveva celebrato l’ascensione nel volume scritto in tandem con Matteo Salimbeni. Il critico Alberto Casadei, provando a descrivere una parabola che parta dal romanzo d’esordio Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, libro oggetto di culto, samizdat, copie pirata e trafugamenti nelle biblioteche oggi meritoriamente recuperato da Laterza), ha affermato che fra i due romanzi è notevolmente cambiato il concetto di “destino”, di percezione del futuro. Se ne Gli interessi in comune predominano l’incoscienza e la convinzione che in quel contesto socio-economico anche i personaggi di estrazione operaia possano permettersi di non avere prospettive, ne I fratelli Michelangelo – visto il cambio di periodo e di congiuntura, e complice la voglia di affrancarsi da un padre ingombrante ed evanescente allo stesso tempo – tutti i Michelangelo sono alla ricerca di un proprio posto nel mondo, sembrano quasi smaniosi di farcela e di dimostrare qualcosa. Per la sua tendenza a ibridare generi e riferimenti culturali variegati in un prodotto che pur risentendo di queste influenze molteplici poi diventa intimamente suo e personale, Santoni si potrebbe definire “scrittore dj”. Questa cifra distintiva si nota in come manovra e modella la materia pericolosa della saga familiare, traendo spunto per esempio da I fratelli Karamazov, o più propriamente da I Buddenbrook di Thomas Mann e in generale da molta letteratura otto-novecentesca, ma mettendoci sempre il suo marchio di fabbrica. La sterminata biblioteca a pagina 108 borgesianamente rappresenta il tutto e l’infinito, il canone e il modello, la lettura che è ciò che più ci connota e ci definisce. Cosa manca a questo romanzo per essere considerato a pieno titolo un GRI, allora? Forse una connessione più stretta e intima con la grande Storia, ovvero un modo di incastonare le storie dei Michelangelo all’interno di vicende profonde e universali dell’Italia e del mondo. O forse no, perché un file rouge storico-sociale a connettere i vari episodi esiste, ed è il fenomeno della globalizzazione che – unito alle torbide dinamiche familiari – interviene con tutta la sua veemenza nei primi Duemila e disperde i quattro agli estremi del mondo. Altri riferimenti alla storia familiare si rintracciano poi nel finale, quando Antonio ripercorre le gesta del fratello e di altri illustri antenati. Romanzo che poteva essere spendibile per la cinquina dello Strega 2020 (per tematiche, mole e aderenza agli stilemi del romanzo borghese) e che invece non è stato nemmeno candidato dagli Amici della Domenica – forse depotenziato dall’uscita nella primavera 2019 – ora non ci resta che attendere i tempi lunghi del Canone, e aspettare di vedere l’eco che I fratelli Michelangelo avrà negli anni a venire.



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