I giorni del potere

I giorni del potere

Roma, 110 a.C., sotto il consolato di Marco Minucio Rufo e Spurio Postumio Albino. Una processione si forma nel Foro fino al tempio di Giove Ottimo Massimo, la suprema divinità di Roma, per assistere ai sacrifici rituali in quel Capodanno così gelido. Tra la folla numerosa c’è Caio Giulio Cesare (nonno del suo più famoso omonimo) con i due figli Sesto e Caio; poco più in là, per proprio conto, avvolte nei pesanti mantelli di lana grezza, sua moglie Marzia con le loro belle figlie, Julia Maggiore, di quasi diciotto anni, e Julilla, poco più di sedici. Da qualche parte lì in mezzo c’è anche l’ex pretore Caio Mario con la sua toga bordata di porpora e i calzari rossi ornati della fibbia a mezzaluna prevista dalla carica ricoperta cinque anni prima. Già da tre anni avrebbe dovuto essere eletto al consolato, eppure non è accaduto. Le sue umili origini sono, a quanto pare, un ostacolo insormontabile. Mario è soltanto un soldato – assai valoroso, certo –, il suo latino risente di inflessioni dialettali rurali, è soltanto un parvenu. E ovviamente “non sa di greco”. I sacrifici parlano di presagi non troppo positivi, il sangue del toro sgozzato a fatica scorre sulla pietra e alcuni non reggono alla vista. Caio Mario incrocia per un attimo uno sguardo di ghiaccio, acceso invece da tutto quel sangue. Gli strani occhi grigi e chiarissimi appartengono al giovane Lucio Cornelio Silla, che quel giorno si è svegliato prima dell’alba. Ha preferito però starsene a letto, disteso ancora un po’ tra la sua amante a sinistra e la sua matrigna a destra, accorse prontamente in aiuto per dare sollievo al piacevole dolore che l’imponente erezione mattutina gli procurava, mentre indugiava col pensiero nel ricordo degli occhi (e di qualcos’altro) del quattordicenne Metrobio. Il bel giovinetto, alla festa in costume della sera precedente, aveva fatto il suo ingresso al seguito di Scilax, un vecchio attore, vestito da Cupido con una tunica cortissima che lasciava poco all’immaginazione. E gli aveva rubato cuore…

Nel 1978 l’australiana Colleen McCullough – laureata in Medicina per anni impegnata nell’insegnamento della Neurologia e scrittrice, morta nel gennaio 2015 a settantasette anni – diventò famosa praticamente in tutto il mondo grazie al romanzo Uccelli di rovo, da cui nel 1983 fu tratta la notissima e seguitissima serie tv omonima. Molti lettori, però, la conoscono anche per la grandiosa saga in sette volumi de I Signori di Roma, avvincente e ponderoso racconto lontano dalle versioni edulcorate dei kolossal hollywoodiani, che si snoda attraverso alcuni decenni della storia romana e che le valse anche una laurea ad honorem in Lettere dell’Università Di Sydney nel 1993. In questo primo volume i protagonisti sono due figure cardine della storia di Roma del I sec. a.C., l’homo novus Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, patrizio decaduto e spregiudicato, diversissimi tanto per carattere quanto per origini ma animati dalla stessa sconfinata ambizione. L’abilità della narratrice è tale da raccontare la storia come fosse, appunto, un romanzo, arricchendola di descrizioni che restituiscono tutta l’atmosfera della vita quotidiana della Roma dell’epoca, mescolandola abilmente a fatti privati, gustosi e intriganti che indulgono volentieri anche ad eleganti ma poco edulcorate scene di sesso. I giorni del potere si ferma ad uno snodo importante della Res Publica: la nascita di Caio Giulio Cesare. Impossibile non correre a cercare il romanzo successivo, senza farsi spaventare dalla mole di ciascun volume che si aggira sempre intorno al migliaio di pagine: perché, per citare uno dei personaggi della storia, Rutilio Rufo: “Roma è un’altra cosa. Roma è Roma”.



 

 

 

 
 
 
 

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