I giorni dell’arcobaleno

Santiago del Cile, 1988. Mercoledì, prima ora, filosofia. Stai lì a studiare Platone e il Mito della Caverna e succede che due uomini entrano in classe e chiedono al professore di seguirlo. E lui non può fare altro che prendere il soprabito e uscire dalla classe, davanti agli occhi rassegnati degli alunni. Capita, è già successo. Perché questo è il Cile, è Santiago, e chi comanda è Pinochet, dittatore dal 1973. Capita, ma se il professore è anche tuo padre, le cose cambiano. Cambiano ancora di più. E a te, che ti chiami Nico Santos, non resta che seguire le indicazioni che tuo padre ti ha dato nel caso succeda davvero quello che è appena successo. Telefonare ai due numeri che hai imparato a memoria e poi non dire e non fare niente che potrebbe metterti in pericolo. Devi solo aspettare. Capita poi che a te, Adrián Bettini, che eri il miglior pubblicitario di Santiago, il fronte del No, no a Pinochet, ti dia l’incarico di creare l’inno e il simbolo che dovranno controbattere, in quindici minuti di passaggio televisivo, le ragioni del Sì. In poche efficaci parole riuscire a spiegare la meravigliosa follia della guerra persa in partenza contro le ragioni della violenza, senza mostrare alla gente le clavicole spezzate e le torture subite da chi si è sempre dichiarato contro il regime e le sue regole dettate dalla paura. La follia e la speranza si confondono, in vista del referendum che darà la possibilità di ribaltare i quindici anni di dittatura. Sembra un sogno, sembra un incubo, eppure Nico e Adrián continueranno a sognare a occhi aperti…
I veri scrittori si riconoscono subito. Bastano quattro righe per dare in pasto al lettore una storia meravigliosa, sempre in bilico tra felicità e paura, amara illusione e folle speranza. Gli scrittori sudamericani, le genti del Sudamerica, hanno questa prospettiva così particolare. L’essere follemente pazzi nel raccontare cose terribili, con la tagliente ironia che tutto può ribaltare, strappandoti un sorriso in mezzo a tanti desaparecidos, e individui torturati, sgozzati, gettati a mare dentro un sacco pieno di sassi. Il professor Santos e suo figlio Nico, il pubblicitario Bettini e sua figlia Patricia sono quattro personaggi splendidi, pieni di leggerezza ma anche di saggezza filosofica. Quanto possa il dolore avvicinare alla poesia questi scrittori lo sanno, memori dei soprusi e delle costrizioni imposte. Questa vita in esilio, mischiata al genetico bisogno di sorridere, possono realizzare l’impossibile. Raccontare una storia leggera, divertente, nel contesto più cupo e spietato che l’umana ragione abbia potuto concepire. La dittatura che nega ogni cosa, che rende il sorriso una smorfia. C’è sempre da imparare dai grandi scrittori. Bisogna imparare.

 

 

 

 
 
 
 
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