I giorni di scuola di Gesù

I giorni di scuola di Gesù
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Simón, Inés, David e il cane Bolivar arrivano finalmente a Estrella. In realtà, pensa Simón, credevano che questa nuova città fosse un po’più grande, mentre una volta arrivati si accorgono che è un piccolo centro di provincia, frutteti e campi coltivati a perdita d’occhio interrotti solo dallo scorrere pigro di un fiume. Seguendo il consiglio di un autostoppista che hanno caricato lungo la strada, cercano una fattoria dove poter alloggiare: i contadini hanno sempre bisogno di braccia per lavorare, le fattorie più grosse offrono addirittura possibilità di alloggio e Simón e Inés vogliono rimanere il più anonimi possibile. È così che si sistemano in una grossa casa in collina, lontana dalla città e immersa nel verde dove si propongono di lavorare come braccianti in attesa di un’idea migliore. Devono essere prudenti, non sanno se sono ricercati, non sanno se la “legge è così ben organizzata da mandare i suoi funzionari negli angoli più sperduti del Paese per inseguire un bambino di sei anni che non va a scuola”, ma bisogna essere comunque cauti. E poi c’è sempre il problema di dare un’istruzione adeguata a David dopo l’esperienza fallimentare con il signor Robles, un vedovo senza figli che si offre di dare lezioni private al bambino. David si è dimostrato sin da subito ostile all’insegnante e ai suoi metodi, lui che ha letto per intero una vecchia e sgualcita copia del Don Chisciotte che conserva gelosamente come una reliquia...

David è un bambino particolare, lo abbiamo già conosciuto ne L’infanzia di Gesù: si dimostra refrattario ai metodi di insegnamento classici, si rifiuta di ripetere a memoria le lettere dell’alfabeto o a eseguire le addizioni: anzi ha un vero e proprio terrore dei numeri, non comprende come possano seguirsi l’uno dopo l’altro (“È come se i numeri fossero isole che galleggiano nel grande mare del nulla e gli si chiedesse ogni volta di chiudere gli occhi e lanciarsi nel vuoto. E se cado ‒ è quello che si chiede ‒ e se cado e continuo a cadere per sempre?”). Eppure David ha memorizzato da solo ogni singola parola del Don Chisciotte e dimostra un’acutezza fuori dal comune. La sua insofferenza per tutto ciò che appartiene alla logica degli adulti lo porta spesso in conflitto con autorità che egli non riconosce, quella scolastica compresa. Da qui la decisione di Simón e Inés di abbandonare la città di Novilla e cercare tranquillità nel piccolo centro di Estrella. Ed è qui che la famiglia sui generis (Simón non è il vero padre di David, ma si è assunto il compito di prendersi cura di lui) tenta di costruirsi un’esistenza quanto più normale, facendo sempre i conti però con le stranezze di David che continuano a manifestarsi ed anzi si acuiscono quando inizia a frequentare l’accademia di danza dei coniugi Arroyo. La storia di David è magnificamente narrata da Coetzee, che incanta con la sua prosa solo apparentemente scarna e semplice, a volte quasi ossessionata dalla descrizione accurata della scena, ma in realtà ricca di spunti e di richiami che tuttavia sembrano sfuggire nel momento stesso in cui si afferrano. “Le intuizioni” dice il signor Arroyo a Simón, “sono come le stelle cadenti. Brillano in cielo, sono lì per un momento, e subito dopo scompaiono. Se non le vede, forse è perché i suoi occhi sono chiusi”. Ecco, nel leggere la storia di David bambino speciale che sfinisce gli adulti con i suoi perché, che li accusa di non credere a quello che vede e che dice, che hai dei comportamenti che potrebbero essere classificati nella sfera dell’autismo, nel leggere la sua storia ci sentiamo inadeguati, con gli occhi chiusi. La chiave di lettura ci sfugge fra le mani, e l’unica cosa che rimane da fare è credere, noi si, che ci sia ancora una possibilità di comprendere il senso della nostra esistenza e di salvarci: ”Mio figlio, quello che dice che lei conosce il suo vero nome, ha escogitato un piano per la salvezza di tutti noi: una corda che collega le due sponde; con le anime che vi si aggrappano sopra l’oceano, qualcuna verso la nuova vita, qualcuna al contrario verso quella vecchia. Se ci fosse un ponte così, dice mio figlio, sarebbe la fine dell’oblio. Tutti sapremmo chi siamo e ne saremmo felici”.



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