I girasoli di Liliam

I girasoli di Liliam

Liliam abita a Recife con la famiglia del padre: la madre, a quanto le dicono le zie arcigne, l’ha rifiutata e mollata a loro. Ogni tanto la va a trovare, preferirebbe fuggire dalla casa paterna dove lo zio l’ha violentata quando ancora non aveva 6 anni. Le vorrebbe raccontare la rabbia e il dolore che prova, per non essere creduta dalle zie e dalla nonna che addirittura le danno della “poco di buono”, che la lasciano a dormire per strada senza cibo e fingono di non accorgersi di quella servitù sessuale che per lo zio è diventata un’abitudine. Se nella casa paterna trova solo violenza e botte, con la madre non ha più fortuna: Liliam non si sa spiegare perché la donna sia sempre così distante, respingente. Ne soffre ma non c’è molto tempo per il rammarico quando non hai né cibo né un tetto sopra la testa di notte, così si unisce agli altri ragazzini sradicati come lei, che vivono di espedienti, furtarelli, elemosina, lavoretti, prostituzione coi turisti nella speranza di sopravvivere un altro giorno, di non finire falciati dai raid della polizia che, per tenere pulite le strade, spara ad altezza bambino. Liliam sa bene che non ci si deve fidare di nessuno, eppure è così forte in lei il sogno di trovare una famiglia vera, una madre che le voglia bene, che qualche volta compie l’errore di fidarsi un po’ di più. Una volta le va bene, la pasticcera del quartiere la sfama per un po’ e le insegna qualche trucco di pasticceria, un’altra volta le va male e finisce in un bordello per pedofili sadici, dove i più fortunati, obbedienti e apprezzati dai clienti riescono a vivere un altro giorno e a sfamarsi come si deve…

In qualche passaggio, leggere è difficile perché lo sappiamo che queste cose succedono (anche nella via accanto) ma quando entri nella pelle di qualcuno che le ha passate, le viscere si aggrovigliano. Per il solo fatto di essere nato in un certo posto, un bambino in questo preciso istante sta combattendo tra la vita e la morte, preda di qualsiasi pazzo violento sadico maniaco trafficante di organi. Sappiamo tutto ma raccontato in prima persona è inquietante. Anzitutto perché ci è reso manifesto che da qualche parte, semplicemente, il concetto d’infanzia non esiste. Poi perché non c’è via di scampo visto che nessuna istituzione adulta ha interesse a salvare queste vite destinate a replicare, finché hanno fiato, gli stessi modelli distorti di vita. La famiglia, poi, è altro concetto dai contorni labili, talvolta tremendi e dolorosi. La storia di Liliam, in questo orrore, è la storia di una sopravvissuta, viva grazie a un corpo capace di sopportare le troppe angherie, tentativi di suicidio compresi, ma soprattutto grazie a una mente capace di sperare. Il sogno della pasticceria ha portato la prostituta bambina fuori dai meandri di una vita segnata dalla distruzione e dalla violenza. Incredibile il tono di voce del racconto, crudo, arrabbiato ma sempre misurato, anche autocritico. Così, seguire Liliam nel suo tortuoso percorso di rinascita fino alla sua attività di cake design, visibile anche su Facebook, da qualche parte fa sperare che un destino migliore possa esistere, per chi lo vuole davvero. Perché debba essere conquistato a così caro prezzo, però, rimane difficile da accettare.



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