I ladri del tempo

I ladri del tempo

“Kling.” Un vetro va in pezzi nel silenzio della notte. Jason Melloid, che si occupa della sorveglianza, dirige la luce della torcia verso la porta spalancata. Una teca all’interno della stanza è in frantumi, cosa è stato rubato? Tre figure furtive si allontanano da una porta secondaria, nessuno li nota. Nella città di Nevwer nel 2086 il cielo è coperto da una cupola protettiva. Il venditore d’antiquariato Alex Dryver, “un uomo che cammina, stretto in un abito grigio come il proprio umore”, trascorre la sua consueta mezz’ora d’aria al parco, luogo in cui ogni giorno osserva le stesse persone: il tizio frettoloso coi “grandi baffi e gli occhiali sghembi”, la “signorina delle otto” e il vecchio col capo chino, “sulla solita panchina”. Alex però quella mattina non si gode la sua “splendida routine”, si accorge che non è tutto come al solito. Un uomo “molto elegante” si avvicina alle spalle del vecchio sulla panchina e d’un tratto uno scintillio tra le sue mani attira l’attenzione, al baluginio segue uno scatto. La testa del vecchio esplode colpita dal proiettile e l’uomo si precipita a frugargli nei vestiti. Alex agisce d’istinto, punta a sua volta una pistola e la sorpresa immobilizza l’assassino, ma la gente ormai accorre e il killer non può che darsela a gambe. Ora è Alex accanto al vecchio. Le teste vicine, il rantolio dell’uomo morente, le mani che si aggrappano alle sue “spingendovi dentro qualcosa”. Infine la supplica affinché nasconda ciò che gli ha affidato. Non c’è tempo per riflettere, i poliziotti incombono su di lui, convinti di aver preso il colpevole. Intanto nel suo ufficio il potente e temuto Signor Gy, risponde al telefono. Smania di sapere se ciò che desidera possedere è stato trovato, ma la risposta che riceve non soddisfa le aspettative. C’è stato un contrattempo…

“Kling!!! Ecco, la mia storia inizia con un kling”. Alex Dryver è il narratore onnisciente che racconta al lettore la sua storia, spesso rivolgendosi a lui in modo diretto, ma non solo. Spiega anche cosa passa per la testa dei vari personaggi, ad esempio quando ha davanti “la commissaria” – una “venere inquietante”, “dolce e perfetta” e le banalità si rincorrono ogni volta che la donna entra in scena – Alex rimugina tra sé: “la vedo (?) già pensare”, o quando coglie i pensieri del killer di Horace: “gli vengo in mente io” e ancora poco oltre “e che ha intuito anche l’assassino”, o quando riflette su eventi a cui non ha partecipato. E no, nel romanzo non c’è alcuna indicazione che lui sia un telepate, si tratta proprio di una gestione confusionaria del POV. Il termine “qualcosa” è onnipresente – una narrazione superficiale e vaga, con un linguaggio poco incisivo, non serve a creare la suspense -, in una sola pagina ricorre 5 volte: “con qualcosa che stringe tra le dita”, “prendergli qualcosa dalle mani”, “qualcosa che rimane però impigliato tra le dita”, “pare voler dire qualcosa”, “spingendo dentro qualcosa”. Una caterva di aggettivi, gerundi, avverbi e i “mentre” accompagnano il lettore da una scena all’altra. La storia è ambientata in un mondo ipertecnologico e tracce di condanna verso l’abuso della tecnologia si trovano tra le pagine, ma Alex per sfuggire al killer ha una brillante idea fai-da-te: fingere la propria morte usando una bambola gonfiabile e ossa altrui. Forse la tecnica di Alec Jeffreys non riesce a fare un balzo dal 1984 al 2086 (o 2100). I personaggi sono stereotipati, banalizzati da descrizioni infelici e senza spessore, impossibile empatizzare con loro: Silvie è bellissima, ha “occhi che fanno intravvedere delizie irraggiungibili e tempeste travolgenti”; il Signor Gy ha un “aspetto duro” e il “corpo tozzo” e “di sicuro non diresti che quest’uomo, all’apparenza rozzo, sia invece molto potente” (solo i belli sono potenti?); il killer tortura e sbudella con gusto, terminato un lavoro siede sul cuscino sopra cui il vecchio che ha ammazzato si è pisciato addosso e “Rimane seduto, assaporando quel momento” – dovrebbe sottolineare l’insensibilità del killer? -; Luis è il “fratellone” genio di Alex ed è “grande e grosso, eppure dal cervello acuto e finissimo”. Tentativi a dir poco goffi di caratterizzare i personaggi. Un romanzo che vorrebbe essere un noir, un thriller scientifico, un’avventura e strizza l’occhio alla fantascienza, con qualche accenno al sentimentale e all’umoristico, ma il tutto in maniera confusa e superficiale. Ed è un peccato perché il colpo di scena finale non è malaccio, l’idea di base tutto sommato è interessante, così come alcune trovate futuristiche. Si tratta di un romanzo d’esordio e magari l’autore saprà – e dovrà – trasformare il suo stile di scrittura in “qualcosa” di più curato ed efficace.



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