I love Dick

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3 dicembre 1994. Chris Kraus, filmmaker sperimentale trentanovenne, è in un sushi bar di Pasadena. Ascolta suo marito Sylvère, docente universitario, che discute di teoria critica postmoderna con Dick, critico culturale suo conoscente. Non osa inserirsi nel discorso: non è un’intellettuale e in fondo nessuno si aspetta mai granché da lei. Dick sembra cercare con insistenza il suo sguardo e Chris non può fare a meno di sentirsi eccitata, ancor più quando l’uomo li invita a trascorrere la notte a casa sua nel deserto di Antelope Valley. La serata prosegue lì, tra vodka e arte di discutibile gusto, mentre Dick flirta spudoratamente con Chris. Lei ne è totalmente infatuata, tanto da sognarlo durante la notte. Ma il mattino seguente Dick è sparito. Una volta a casa, Chris confessa a Sylvère di provare qualcosa per Dick, un’attrazione che in pochi giorni si trasforma in pura ossessione. Il marito, in parte affascinato dalla situazione, le suggerisce di scrivergli ed esternare i propri sentimenti. Anzi, potrebbero farlo entrambi…

Nel 1997 la casa editrice indipendente Semiotext(e) pubblica per la prima volta I love Dick, titolo apertamente provocatorio che viene accolto con tiepido favore da critica e pubblico. Con la riedizione di Profile Books del 2015 il romanzo incontra un incredibile successo, nel 2017 vedono la luce la prima traduzione italiana e addirittura una serie tv targata Amazon. Sembra essere diventato un libro “alla moda”: e ben venga la moda, se ci permette di apprezzare nuovamente un testo originale, stratificato, decisamente restio alle classificazioni. Basata sulle vicende autobiografiche della stessa Chris Kraus, la storia della disperata infatuazione di Chris per Dick (il cui cognome censurato sembrerebbe nascondere il sociologo inglese Dick Hebidge) è il motore primo del raffinato, perverso gioco concettuale ideato dai due coniugi: un epistolario “a senso unico”, in cui le missive indirizzate a un ignaro e silenzioso Dick formano un coerente progetto artistico, un percorso di esegesi di se stessi imperniato su un rapporto di fatto mai realmente esistito. Un monologo travestito da dialogo, dunque, in cui la protagonista/autrice Chris scompone e rielabora attraverso la scrittura la propria identità e la realtà che la circonda – fioriscono a latere straordinarie divagazioni di gusto saggistico, fittissimi riferimenti artistico-letterari e culturali, una non troppo velata critica sociale. La prosa della Kraus trabocca di idee, è coltissimo e lucido delirio cerebrale, una perturbante “slavina di immagini”. È nondimeno un grande esempio di autoconsapevolezza femminile, per nulla timorosa di sviscerare le proprie debolezze e farne una voce artistica convincente e iconica: “Ho fuso il mio silenzio e la mia repressione con il silenzio e la repressione dell’intero genere femminile. Per me il semplice fatto che le donne parlino, siano, paradossali, inspiegabili, volubili, autodistruttive, ma soprattutto pubbliche, è la cosa più rivoluzionaria del mondo. Potrei essere in ritardo di vent’anni, ma le epifanie non sempre sono in sincronia con la moda”. E con un ritardo di vent’anni, buffa coincidenza, possiamo finalmente riscoprire questa grande prova.



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