I lupi del Vaticano

I lupi del Vaticano
Francesco Angeli, giovane avvocato fiorentino al servizio di Guido del Mare, ha commesso un errore. È diventato l’amante di Giulietta, la bellissima moglie del padrone. Siamo nel 1508, e il giovane viene esiliato dal padre a Roma, degradato a garzone/servitore di bottega di un artista. Non uno qualunque, però: è al servizio di Michelangelo, impegnato nella realizzazione della Cappella Sistina, e l’ambiente è quello intorno al Vaticano. Francesco assiste casualmente al recupero di un cadavere dal Tevere; scopre con orrore che  si tratta di Calendula – una puttana somigliantissima a Giulietta con cui intrattiene un complicato rapporto, e che esercita e vive nella casa della divina Imperia (una delle cortigiane più famose dell’epoca, amante del banchiere Chigi) che è frequentata fra gli altri da personaggi molto vicini al Santo Padre Giulio II. Al cadavere di Calendula è stato tranciato il dito su cui sfoggiava una preziosa ametista con cui aveva suscitato malumori e gelosie. La mutilazione rende il delitto ancora più misterioso. Perché uccidere una prostituta, chi era l’amante sconosciuto che aveva promesso di farne una signora? Certo, parliamo di una puttana che ha posato per dare il volto a una Madonna con bambino, un bambino orfano, che per caso - ma sarà davvero un caso? -  le assomiglia moltissimo e che Giulio in persona ha preteso di avere con sé per i suoi laidi divertimenti. A tutta la vicenda fanno da sottofondo una pioggia torrenziale, che fa scappare la gente in collina o rifugiarsi sui tetti in attesa che il fiume ormai a livelli altissimi si plachi, e i lupi che hanno passato le mura e ormai sono in città, contribuendo non poco creare un clima di paura con i loro ululati sempre più vicini…
È davvero un libro che si complica ad ogni pagina, questo I lupi del Vaticano, e scritto con perizia e maestria. Molto efficaci le descrizioni dei personaggi, dal Michelangelo - che ci viene restituito burbero e scontroso, intento a proporre nuove idee per il monumento funebre che gli era stato originariamente commissionato, e occupato a dipingere la Sistina quasi come fosse un passatempo - a Raffaello che per contrasto è persona dolce, propenso a godere con misura dei piaceri della vita e in pace col mondo. Una trama gialla che si tinge di nero – ed è un nero davvero cupo - senza perdere di vista il periodo in cui si svolge. La città è una via di mezzo fra un pantano e una baraccopoli, umili saponai che appestano il vicolo con la puzza della lisciva, la superstizione che non risparmia nessuno, per cui ogni avvenimento che sia appena fuori dalla norma diventa presagio, e prelati - quando non addirittura il Papa - che frequentano più o meno lecitamente quegli stessi vicoli. Mercanti senza scrupoli e negromanti a caccia di monete. Non manca una denuncia forte di quelle che erano le “abitudini” sessuali di Giuliano della Rovere – Giulio II in omaggio a Cesare. Non manca una nota “fantastica” nella figura di un pollo con tre zampe, forse uno scherzo di natura o forse esso stesso un auspicio. Un romanzo che diventa un ritratto senza troppi, o meglio nessun abbellimento di quelli che erano i rapporti strettissimi che legavano servi e padroni, commercianti e ladri preti e prostitute. Un romanzo in cui il confine fra giallo ed orrore è veramente sottile e tiene inchiodati al libro o all’ereader fino all’ultima pagina.

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